Un significato nuovo” “

Gli interventi di mons. Arrigo Miglio e Luca Diotallevi

(da Reggio Calabria) – "In questo periodo siamo stati fortemente incoraggiati e aiutati dall’enciclica ‘Caritas in veritate’, senza la quale il nostro cammino e lo stesso Documento preparatorio sarebbero stati sicuramente diversi". Con queste parole mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del Comitato per le Settimane Sociali, ha aperto ieri i lavori della 46ª Settimana Sociale a Reggio Calabria sul tema "Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese" (fino al 17 ottobre). Dall’Enciclica del Papa, ha proseguito, "abbiamo ricevuto una forte spinta a crescere nella speranza, e a concretizzarla nell’impegno di pensare e progettare in modo nuovo, di vivere la grande crisi come nuova opportunità, una sfida da affrontare per avanzare sulla via di un vero rinnovamento, nella fede, del pensiero e dell’azione". Mons. Miglio ha poi sottolineato che "un forte incoraggiamento" è venuto "dal documento ‘Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno’, pubblicato nel febbraio scorso". Il vescovo ha anche evidenziato il lavoro preparatorio svolto sul territorio ed è "interessante" che le diocesi "abbiano sentito il bisogno di affrontare a livello locale la formulazione di un’agenda di speranza per il loro territorio".

Dinamica di divaricazione. Nella relazione introduttiva dal titolo "Il processo, l’agenda, l’attualità" il sociologo Luca Diotallevi, vice-presidente del Comitato delle Settimane Sociali, ha sottolineato che "essere questa sera a Reggio Calabria ed essere nel Mezzogiorno d’Italia per tutti noi significa che dobbiamo fare meglio ed ancora di più: contro la mafia, contro la camorra, contro la ‘ndrangheta e contro ogni forma di negazione della vita, plateale o nascosta, che uccida contemporaneamente corpo e mente, o che lasci sopravvivere per un po’ un corpo privato di intelligenza e di volontà libere". Nessun Paese europeo, ha affermato Diotallevi, "conosce al proprio interno differenziali territoriali (economici e non solo economici) paragonabili ai nostri". Infatti, "le dinamiche economiche, le morfologie sociali, gli assetti istituzionali procedono con velocità diverse e anche in direzioni sempre più divaricate" e "sotto certi profili, la crisi seria in cui versa un numero sempre maggiore di aree del Centro e Sud Italia riflette la radicalità del processo in atto" con una "dinamica di divaricazione" che "non è invenzione di alcuna forza politica".

La posta in gioco. Tuttavia, ha aggiunto il sociologo, "quella territoriale è solamente una delle dinamiche divaricanti che spingono il Paese verso la frammentazione" perché "altrettanto radicale è la divaricazione tra generazioni con una continua sottrazione di opportunità a danno dei giovani e della quale il declino demografico è la sintesi più fedele e più dura". Proseguendo nella sua analisi, Diotallevi ha poi spiegato che "altrettanto drammatica è la divaricazione tra la qualità di vita di chi lavora in aziende che ‘stanno’ sul mercato e quella di chi vive in nicchie protette, tra chi studia in severe istituzioni educative e chi invece è parcheggiato o accoccolato presso contenitori in cui non si istruisce, non si educa e non si fa ricerca". Il sociologo ha posto quindi la questione della costruzione del "bene comune" con un interrogativo provocatorio: "Se la posta in gioco è l’Italia, ciò che ci dobbiamo chiedere è: serve l’Italia al bene comune?". Una domanda "molto dura" ma "l’alternativa è un silenzio ipocrita e soprattutto una passiva accettazione dei processi di divaricazione in atto". Tutti "coloro che sono caduti nell’esercizio della propria responsabilità per il bene comune", ha precisato Diotallevi, "non sono morti senza frutto anche perché non sono morti per caso".

Quale federalismo? Parlando del federalismo quale "riforma delicata sotto diversi profili, anche perché irreversibile", Diotallevi ha poi affermato: "La coerenza che chiediamo a questa riforma è misurata innanzitutto da criteri derivanti dal principio di sussidiarietà in tutta la sua portata ‘verticale’ e ‘orizzontale’. A queste condizioni, il federalismo non è il problema, ma la soluzione (anche a tanti abusi e a tanta cattiva amministrazione)". "La prospettiva del bene comune – ha poi sottolineato – ci consente di non scambiare per solidarietà gli automatismi di una spesa pubblica improduttiva e clientelare, e ci consente anche di non prendere per federalismo la moltiplicazione di microstatalismi: non c’è federalismo senza accorciamento della catena tra chi preleva e chi spende denaro pubblico, senza trasparenza e responsabilità delle politiche perequative, senza liberalizzazioni, senza abbandono del controllo di comuni, province e regioni sulle troppe aziende pubbliche e semipubbliche, senza welfare sussidiario". Il relatore ha poi notato che "se oggi, come Chiesa e come cattolici ci battiamo senza riserva per la libertà religiosa ovunque nel mondo è anche perché l’unità d’Italia (con i caratteri che conosciamo, inclusa la recente versione della soluzione concordataria) ha aiutato a dare un significato nuovo e più profondo al principio della libertas ecclesiae".

servizi a cura di Luigi Crimella e M.Michela nicolais

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