Gerusalemme a Roma

Intervista con Gregorios III Laham

Non dimentica i suoi 20 anni trascorsi a Gerusalemme, Gregorios III Laham, patriarca greco-cattolico di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, quando dal meeting di Sant’Egidio, a Barcellona (3-5 ottobre), ha lanciato con forza il suo appello: "Gerusalemme è la capitale della nostra fede. Io vi prego: ebrei, palestinesi, arabi, americani, europei, non ne fate una capitale politica! Non ne fate una municipalità, della quale voi sarete gli amministratori". "Sono un arabo cristiano – ha continuato – sono in piena solidarietà con i miei fratelli palestinesi. Ho sempre affermato il diritto dei due popoli, palestinese e israeliano, a una patria, a una nazione. È a partire da tutto questo, malgrado tutte le aspirazioni legittime di ebrei, cristiani, musulmani, che io dico: non usurpate il diritto di Dio su questa città. Nessun popolo ha potere su Gerusalemme, essa è l’haram, il sacro. Con il conflitto israelo-palestinese questa parola di Dio su Gerusalemme è stata politicizzata ed ha perduto la sua bellezza, il suo carattere sublime e anche divino". Il patriarca nei prossimi giorni sarà in Vaticano per partecipare al Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente (10-24 ottobre). Su questo appuntamento il SIR lo ha intervistato.

Beatitudine, con questa assemblea Gerusalemme volge lo sguardo a Roma…
"Sarà un momento storico, ne sono certo e l’ho anche scritto ai re e ai leader dei Paesi arabi. Questo Sinodo è anche per voi e non contro di voi. Il mio primo auspicio è che questa assemblea possa lanciare un forte appello per la pace. Ringrazio Benedetto XVI che, convocando questa assise, evidenzia il grande contributo che le Chiese orientali cattoliche hanno dato per la riunificazione con Roma. Il Sinodo, inoltre, susciterà interesse per tutto l’Oriente cristiano, cattolico, ortodosso, musulmano ed ebraico".

Data la particolare situazione mediorientale, ravvisa il rischio che questa assemblea possa avere una valenza più politica che pastorale?
"Non credo. L’Instrumentum laboris, che guiderà i padri sinodali, è un testo che parla anche di temi politici ma in modo pastorale, con un’attenzione all’uomo, ai suoi bisogni. Mi auguro, certamente, uno sforzo internazionale per la pace che possa risolvere i tanti problemi di questa regione, ampiamente descritti dall’Instrumentum laboris, dall’emigrazione al lavoro, dalla mancanza di sicurezza e di instabilità al rispetto dei diritti fondamentali come la libertà religiosa e di coscienza, fino ai rapporti con le altre religioni e fedi. Il conflitto israelo-palestinese, è chiaro, rappresenta il cuore di molte di queste crisi. Lo stimolo, anche pastorale, deve essere quello di edificare la pace e non dei muri".

Comunione e testimonianza sono le parole chiave presenti nel tema del Sinodo che evidenziano due "debolezze" su cui le Chiese orientali sono chiamate a crescere e a lavorare. È d’accordo con questa visione?
"Tra le Chiese orientali c’è molta più comunione di quello che si pensa, ed anche con le Chiese sorelle ortodosse, alimentata da una serie di incontri, riunioni tra patriarchi e tra Chiese locali. Condividiamo l’impegno pastorale nel campo dei malati, delle famiglie, dei poveri, dell’istruzione…".

Per quanto riguarda la testimonianza?
"La comunione presente fa scaturire una testimonianza che deve essere fortificata per rispondere in modo adeguato alle sfide che abbiamo davanti. Il fatto di essere una minoranza all’interno del mondo musulmano ed ebraico ci rafforza e ci consente di dare testimonianza ai fratelli musulmani in modo chiaro mostrando loro i valori della fede cristiana. Così facendo è più facile parlare di libertà religiosa, di coscienza, di diritti umani. I cristiani devono essere uniti per far maturare il mondo arabo e per i tanti valori che con i musulmani condividiamo. Un Medio Oriente senza cristiani è più povero".

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