L’inscindibile diversità

La laicità non vive senza la dimensione pubblica della fede

Per contribuire concretamente al processo di integrazione europea i cristiani sono chiamati a “ripensare gli assiomi su cui poggiano le nostre democrazie procedurali e il principio di laicità sul quale intendono reggersi”. Lo ha detto a Cracovia il patriarca di Venezia Angelo Scola, intervenuto nei giorni scorsi al congresso “Il contributo dei cristiani al processo di integrazione europea”, promosso dalla Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia e dalle Fondazioni Konrad Adenauer in Polonia e Robert Schuman in Lussemburgo, in collaborazione con la Commissione episcopati Comunità europea (Comece), la delegazione polacca del Gruppo europarlamentare del Partito popolare europeo (Epp) e la casa editrice “Wokol Nas”. La presenza dei cristiani nella sfera pubblica, la cooperazione Ue-Chiese e i compiti dei politici cristiani nella costruzione della nuova Europa sono stati i temi affrontati nelle tre sessioni di lavoro alle quali hanno partecipato, tra gli altri, il card. Stanislaw Dziwisz, arcivescovo metropolita di Cracovia; Bronislaw Komorowski, presidente della Repubblica di Polonia; Hans-Gert Pöttering e Jacques Santer, presidenti, rispettivamente, delle Fondazioni Adenauer e Schuman.Una nuova laicità. Secondo il card. Scola, “l’Europa esige oggi una nuova laicità che valorizzi tutti i soggetti che agiscono nella società plurale garantendo l’espressione pubblica delle loro convinzioni più profonde”. “Solo così sarà possibile una convivenza tendenzialmente armonica che generi vita buona”. Essa tuttavia richiede “il riconoscimento pratico dei beni materiali e spirituali da condividere”, perciò è necessario, “attraverso procedure pattuite, conferire valore politico al bene sociale primario del vivere insieme. Questo dato sociale deve essere elevato al rango di bene politico da tutti e promosso dalle istituzioni”. “Nella storia europea – prosegue il patriarca di Venezia – le vicende religiose, culturali e socio-politiche” si sono mostrate, “al di là delle necessarie distinzioni, così intrecciate da essere di fatto inscindibili”, e anche oggi le religioni sono chiamate a “giocare un ruolo nel futuro dell’Europa”. Eppure nel nostro continente si tende ad affermare che il confronto pubblico debba “necessariamente prescindere dalla radice religiosa delle convinzioni personali. Ma questo significa” obbligare “i credenti a comportarsi come se fossero atei” e “finisce per privare la società di importanti risorse”.Effettiva libertà religiosa. Ad avviso del patriarca di Venezia “le religioni possiedono la capacità di proporre l’universale in modo concreto. Contrariamente a quanto ha finito per postulare la cultura europea nel corso della modernità, i valori non si danno mai in astratto (la stessa Carta dei diritti fondamentali rischia di essere un semplice elenco di proposizioni formali), ma soltanto all’interno di tradizioni vissute”. Allora “alcuni assiomi alla base delle nostre società”, come l’idea di libertà o quella di uguaglianza, “possono ricevere nuovo slancio dalla testimonianza di fedeli che li vivono già all’interno della loro stessa esperienza comunitaria. Tale presa d’atto dovrebbe comportare da parte del potere politico il riconoscimento della soggettività pubblica delle religioni”. Di qui “la necessità che le istituzioni pubbliche non solo riconoscano, ma attivamente promuovano un’effettiva libertà religiosa”.A fondamento della polis. Secondo il card. Scola, l’Europa deve inoltre costituire un “significativo attore della globalizzazione”, pur guardandosi “dalla tentazione di fagocitare con la sua cultura altre realtà del pianeta”. A questo fine, spiega, occorre “fare riferimento al singolare rapporto con quei beni antropologici, sociali ed ecologici implicati nella rivelazione cristiana ma che possiedono valore universale”. “Proprio perché l’Europa ha ricevuto questi beni gratuitamente non può considerarsene padrona” sostiene il patriarca, ma deve offrirli al mondo “per mostrargli, come affermava il card. Lustiger, ‘un nouvel art de vivre'”. La missione propria degli europei, sottolinea ancora Scola, è, “nel dialogo e nel confronto costante con le altre culture, testimoniare il perseguimento personale e comunitario di quella vita buona, fatta come diceva Aristotele di philìa, che non può non stare a fondamento dell’edificazione della polis”. Se mantenuto all’interno di queste caratteristiche, “l’apporto europeo alla costituzione di un nuovo ordine mondiale, da tempo auspicato dal magistero sociale della Chiesa, potrà essere rilevante come è già avvenuto nei momenti più alti della sua storia”. Così l’Europa, conclude Scola, “potrà coinvolgere tutti i continenti nella pratica di una libera convivenza di cittadini, di corpi intermedi e di nazioni che diano vita ad una società civile capace di non sacrificare le differenze, ma di esaltarle senza che esse lacerino la sempre più urgente unità tra i popoli del pianeta”.

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