L’anestesia dei media

Quando vita, sofferenza e morte diventano notizia

"Posso tutto, ma qui mi fermo". Con questa definizione di "libertà responsabile", mutuata dal filosofo francese Paul Ricoeur, mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e sottosegretario della Cei, ha concluso il suo intervento al primo convegno internazionale di bioetica, svoltosi a Noto nei giorni scorsi per iniziativa della diocesi, sul tema: "Senso umano e bioetica clinica: pensare la sofferenza nella dimensione della complessità". Una riflessione a tutto tondo sul rapporto tra bioetica e comunicazione, ma anche sul senso della vita e della morte nella cultura contemporanea, e sulla diversità e i possibili punti di incontro tra il pensiero cristiano e il pensiero "laico".

Il "sequestro dell’esperienza". Si chiama "sequestro dell’esperienza", ed è "la rimozione dall’orizzonte della quotidianità dei momenti topici dell’esistenza, capaci di dare un senso, un orientamento alla vita delle persone". A parlarne è il sociologo John Thompson, che sintetizza così la cifra della modernità. Per mons. Pompili, da un lato si tratta di "una conquista che ha consentito di salvare tante vite e di aumentare le possibilità di sopravvivenza", dall’altro però "nuove questioni si aprono, tanto per l’impoverimento dell’esperienza di chi delega le funzioni di cura, ma anche solo vicinanza ai propri cari nei loro momenti di fragilità, a strutture tecnicamente deputate, quanto per il vissuto di chi viene prelevato dal proprio contesto relazionale e affettivo per vedere medicalizzata una condizione esistenzialmente ed emozionalmente densa di aspettative, timori, paure, a volte angoscia". Con lo sviluppo della tecnica, "la segmentazione si è estesa a tutte le fasi della vita, compresa quella prenatale": nasce così "la miopia esistenziale ed etica", per cui "si vede solo ciò che si ha davanti, ci si rifiuta di collocarlo in un orizzonte più ampio, che porrebbe questioni potenzialmente limitanti per ciò che, nel presente e nella prospettiva tecnica iper-ristretta adottata, si può tecnicamente fare". L’avvento dei media, e in particolare della televisione, hanno invece favorito un certo "dissequestro dell’esperienza", rendendo "di nuovo accessibili, per quanto in forma mediata, una serie di momenti ormai rimossi dalla quotidianità". Una sorta di "empatia", questa, che è però "priva sia della dimensione della reciprocità sia, soprattutto, di quella dell’intercorporeità che caratterizza primariamente esperienze come la nascita, la sofferenza e la morte".

L’"immunità etica". La rete, in sintesi, "offre nuove opportunità di esperienza nella forma di tematizzazione e condivisione di vissuti legati all’esperienza della nascita, della malattia, della morte di persone care, che consentono la comunicazione e la condivisione a partire dal riconoscimento del valore esistenziale, per quanto a volte drammatico, delle esperienze personali legate alla vita". "Culturalmente", però, assistiamo alla "rimozione" della sofferenza e della morte, "con effetti di distorsione sul significato dell’esistenza che vanno ad alimentare il senso di vuoto, disorientamento, stordimento attraverso diverse tecniche". Un "tentativo sistematico di rimozione", questo, "evidente anche nella non rassegnazione all’invecchiamento, combattuto con tutte le tecniche possibili – dalla cosmetica alla chirurgia plastica alla sostituzione di organi – e con effetti anche grotteschi in termini di dignità della persona". Ma "rifiutare la sofferenza e la morte significa anestetizzarsi", ha ammonito mons. Pompili, mettendo in guardia anche dalla "immunità etica" della tecnica, "in nome di una progressione legata solo alla legge intrinseca della possibilità".

I due modi. Per il cristiano, "l’essere umano non è solo materia vivente e in grado di riprodursi ed evolvere, ma è ‘carne’, ovvero materia impastata di spirito, ad ogni livello della sua manifestazione. Non c’è dualismo per il cristiano", ed è per questo che "il corpo non può essere mai considerato un oggetto". Ci sono dunque "due modi di intendere la vita", e quindi anche il corpo e l’essere umano: "Per il mondo contemporaneo – ha affermato mons. Pompili – la vita è spazio di azione e di dominio, dove la natura è a disposizione, una macchina da smontare, un caotico ammasso di possibilità, e il corpo una somma di organi, un insieme di parti sostituibili destinata a essere strumento". Nel mondo cristiano, invece, "la vita non è un dato, con la sua necessità o la sua casualità, ma un dono, frutto di una libertà e una gratuità".

Il "principio di responsabilità". "Il richiamo all’importanza del principio di responsabilità nel dibattito bioetico è fondamentale e non può essere disgiunto da quello di libertà e di possibilità". Solo partendo da questa consapevolezza, per il sottosegretario della Cei, la bioetica può diventare un possibile "luogo di incontro tra credenti e non credenti, tra coloro che hanno a cuore le sorti dell’uomo". A patto, però, che i media sappiano produrre "una informazione complessa e non banale" ed accettare la "dialettica tra dubbio e certezza, senza la quale si rischia di cadere nell’intolleranza, sia del fondamentalismo laico, sia del fondamentalismo religioso".

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