Riconoscere l’umano

A Noto il primo congresso internazionale

"In bioetica, la premessa e l’orizzonte di fondo da assumere è l’unitarietà della persona come principio di individualizzazione del corpo stesso, che non può essere mai ridotto alle sue condizioni materiali, fisiche o biochimiche". Ne è convinto mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, che il 10 settembre aprirà nella città "capitale" del barocco siciliano il primo convegno internazionale di bioetica, sul tema "Senso umano e bioetica clinica: pensare la sofferenza nella dimensione della complessità" (fino all’11 settembre). Lo abbiamo intervistato.

È la "disumanizzazione" il pericolo che corre oggi la bioetica?
"La bioetica nasce, come disciplina scientifica, perché l’applicazione della tecnologia all’evento vita rischia di ridurre la vita umana soltanto alle sue condizioni materiali, perdendo così di vista lo specifico dell’essere umano, che è intelligenza, è cuore, è l’umano nella sua integralità. Se ci si interroga su come agire in ambito bioetico, soprattutto riguardo alla specificità delle diverse figure coinvolte – a cominciare dal rapporto tra medico e paziente, che coinvolge anche la famiglia – per capire quale orientamento occorra prendere, non ci si può muovere in maniera semplicemente sillogistica: bisogna sempre interrogarsi sulla dignità umana, sul senso dell’umano, che è ciò che accomuna tutte le figure che interagiscono in quest’ordine di problemi. Se si tocca il corpo, si tocca la persona: il corpo umano non può essere trattato come una macchina o come semplice materia vivente, perché è sempre un corpo psichicizzato, umanizzato, sensato, mai solo biologico".

Ci sono versanti da "umanizzare" maggiormente?
"In bioetica, non si pone tanto il problema del ‘di più’ o del ‘di meno’. Recuperare l’umano nella sua integralità è un’operazione da intraprendere non solo in termini di unitarietà, ma anche in senso diacronico. La vita, ad esempio, è importante nel momento in cui sboccia, ma anche nel contesto in cui sorge: per la dottrina cattolica, il fatto che il concepimento avvenga nel contesto dell’amore coniugale non è estraneo all’accadimento stesso della vita. Riconoscere il senso dell’umano significa, quindi, recuperare un’antropologia unitaria non solo in sé, ma anche temporalmente unitaria".

Inizio e fine della vita sono le fasi più esposte: come respingere, da una parte, la tentazione del "figlio a tutti i costi", e dall’altra la "rimozione" del dolore e della sofferenza?
"Lavorare su una maggiore consapevolezza del senso dell’umano porta a comprendere che il figlio è un dono, così come la propria vita è un dono. Il nucleo incandescente dell’umano è l’amore, inteso come capacità di dono che sintetizza l’umanità dell’uomo. Nella misura in cui si diviene consapevoli della propria umanità, e la si accoglie come dono, il ‘figlio a tutti i costi’ diventa un’espressione non d’amore ma di egoismo. La stessa cosa avviene con il dolore: in quanto espressione della vita umana, non va eliminato ma curato, dove con ‘cura’ si intende il senso di umanità, di prossimità, di compassione, di solidarietà con l’altro. È facile dire ‘per amore eliminiamo il dolore eliminando la persona’, è molto più difficile invece rimanere accanto alla persona che soffre, condividere il suo dolore, cercare di alleviarlo. Dai nostri anziani, impariamo che il vero dolore non è tanto la sua epifania fisica: il vero dolore consiste nell’afflizione disperante di chi si sente non amato, non desiderato, abbandonato, solo, e percepisce di essere un peso per coloro che gli stanno intorno".

Oggi non ci si pone quasi più la questione del "limite" dell’umano: è possibile, e come, rimetterla in gioco?
"Anzitutto, a mio avviso, considerando i limiti etici posti dalla razionalità dell’uomo, che non dovrebbero più essere intesi come un ostacolo che blocca la ricerca, bensì come un trampolino di lancio per muoversi nella direzione giusta. Ad esempio, il limite etico posto alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, secondo molti, avrebbe dovuto bloccare la ricerca. Invece la ricerca sulle cellule staminali, le cui potenzialità sono straordinarie per il futuro della ricerca, si è sviluppata in settori promettenti proprio grazie al limite etico sulle staminali embrionali, perché non potendo prelevare le cellule staminali embrionali ci si è concentrati sulle cellule staminali espanse, o sulla possibilità di rigenerare le cellule staminali adulte e di farle ritornare allo stadio indifferenziato. Tutto ciò ha permesso alla ricerca di operare con più sicurezza, e senza distruggere embrioni: una dimostrazione che talvolta i limiti etici chiudono delle finestre – proprio per rispettare il senso dell’umano – ma aprono grandi portoni. Se non ci si pone dei limiti, si rischia di navigare a vista: la scienza, del resto, procede per tentativi ed errori, non porsi dei limiti significa, alla fine, sbagliare".

Si può ipotizzare, in materia di bioetica, un’"etica della responsabilità" che unisca nell’impegno credenti e non credenti?
"Io credo che l’etica della responsabilità possa essere un punto di convergenza da cui partire, a patto però che ci si chieda cos’è la responsabilità, quali siano i fini a cui tendere, i gesti concreti da realizzare. Se non ci sono paletti a cui riferirsi, ognuno rischia di procedere per conto suo. Ci vuole un denominatore comune di riferimento, e lavorare su cos’è l’umano è un buon nucleo da identificare, come premessa e orizzonte".

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