La “grandeur” perduta

La lezione Usa anche all'Europa

Per festeggiare il cinquantesimo anniversario della indipendenza dei Paesi africani, il presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy ha invitato i capi di Stato delle ex colonie francesi e i militari a partecipare alla sfilata militare del 14 luglio sugli Champs-Élysées. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha invitato 115 giovani provenienti da 46 Paesi africani, che rappresentano l’avvenire del continente, a incontrarlo a White House. La Francia – e con essa l’Europa – non sembra capace di superare il passato coloniale, e l’invito a festeggiare a Parigi con i leader tradizionalmente molto legati al potere francese, e con truppe che ricordano l’impegno passato dei soldati africani nelle guerre francesi, dà un’indicazione sul tipo di rapporto mantenuto tra l’ex potenza colonizzatrice e gli Stati indipendenti da ormai mezzo secolo. Allo stesso tempo la politica europea di chiusura delle frontiere, i drammi vissuti da tanti giovani nella loro volontà di raggiungere l’Europa, il controllo drastico dei visti anche per gli studenti e le élite alimentano le delusioni e l’idea che l’Europa non si interessi più all’Africa. All’opposto il ricevimento offerto da Obama, lui stesso di origine africana, alla testa di un Paese dove l’immigrazione è una realtà storica concreta, con una discussione di più di un’ora con i giovani, vuole dimostrare che l’America dà una grande importanza all’Africa e guarda al suo avvenire: “L’avvenire è ciò che ne farete” ha detto Obama. “Se continuate a sognare, a lavorare, a imparare, se non abbandonate, sono sicuro che i vostri Paesi miglioreranno, come tutto il continente e il mondo intero”. In un discorso che è stato difatti una critica dell’evoluzione di tanti Paesi africani dagli anni 1960 ad oggi, il presidente Usa ha voluto insistere sulle libertà politiche ed economiche: tutto ciò esige la lotta contro la corruzione, la libertà di stampa, la democrazia, la pace civile e la pace con i Paesi vicini, l’educazione e la lotta contro le malattie. Soprattutto ha raccomandato ai giovani di costruire diversamente i loro Paesi. “Negli anni 1960 – ha detto Obama -quando i vostri nonni e bisnonni lottavano per l’indipendenza, i primi leader dicevano tutti che erano a favore della democrazia. Una volta giunti al potere e rimasti per lungo tempo al comando hanno detto a se stessi: ‘sono stato un buon leader, per il bene del popolo devo restare al mio posto’. E per stare al potere hanno cominciato a cambiare le leggi, a intimidire e imprigionare gli oppositori. Così dei giovani come voi, pieni di avvenire e di promesse sono diventati ciò che avevano combattuto”. Citando Gandhi, il presidente Usa ha aggiunto: “Ciò che tutti debbono capire, è che il cambiamento deve essere ricercato in se stessi”. Il discorso di Obama, che punta sull’avvenire, è esigente e il suo famoso “Yes We can”, trova in Africa, tra i giovani africani, una risonanza forte. Certo, le sue origini africane, la sua storia personale, la storia del suo Paese, che non è stato un Paese colonizzatore dell’Africa, gli danno una libertà di parola che probabilmente nessun leader europeo, soprattutto francese o inglese, può avere. Ma soprattutto ha capito che non si può abbandonare l’Africa. Il suo, a White House, è uno sguardo in avanti. Lo sguardo francese sugli Champs-Élysées è piuttosto di nostalgia per una grandeur perduta e per un presente fatto di paure nei confronti dell’immigrazione.

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