La grande delusione

Gli Usa lasciano l'Iraq: quale futuro adesso?


"Oggi, ho il piacere di annunciare che grazie a un servizio straordinario delle nostre truppe e dei nostri civili in Iraq, la nostra missione di combattimento si concluderà entro questo mese e che stiamo per ultimare un ritiro sostanziale delle nostre truppe". Con queste parole, contenute in una lettera del 18 agosto, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha comunicato la fine della missione di combattimento in Iraq. Sette anni dopo l’inizio della guerra, il 20 marzo 2003, che ha portato al rovesciamento del regime di Saddam Hussein, l’ultima brigata da combattimento ha così lasciato il Paese. Ingente il bilancio delle vittime, 4 mila morti militari americani e decine di migliaia le vittime irachene. Mille miliardi di dollari il costo dell’operazione, denominata "Iraqi Freedom". Dopo il 31 agosto in Iraq resteranno solo 50 mila militari con un ruolo di assistenza e di addestramento. Questi ultimi sono destinati a lasciare l’Iraq entro la fine del 2011. Mentre i colloqui per la formazione del nuovo Governo, dopo il voto di marzo, sono arenati, è lecito domandarsi adesso, che Iraq lasciano i soldati americani e quale futuro attende ora la popolazione locale sempre in balia di violenze, rapimenti, furti ed estorsioni. L’attentato più recente a Baghdad, il 17 agosto, ha provocato la morte di 59 persone e ha fatto oltre 100 feriti. Il tutto in attesa di vedere una ricostruzione, non solo economica ma anche politica e sociale, che potrebbe dare un po’ di speranza nel futuro. Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo latino di Baghdad, mons. Jean B. Sleiman.

Eccellenza, quello americano è più un ritiro o una ritirata?
"Ritiro o ritirata, la delusione rimane grande. Le promesse si sono rapidamente evaporate. Il Paese stenta ancora molto a diventare uno Stato di diritto, a garantire la sicurezza, a rinnovare le infrastrutture, a ridurre la povertà, a fermare l’emigrazione e a rilanciare l’economia. Quello che importa più del ritiro è la ricostruzione dell’Iraq. Un progetto purtroppo ancora lontano dalla realizzazione".

Che guerra è stata questa dal 2003 al 2010?
"Paradossalmente questo periodo lungo sette anni è stato battezzato ‘dopo-guerra’ quando, invece, è stato la continuazione della guerra. Il dopo-guerra è fatto di anarchia, violenze, mafia, corruzione a tutti i livelli, esodo massiccio delle popolazioni, pulizie etnico-confessionali, rapimenti ed estorsioni. La guerra del 2003 ha creato più problemi di quanti ne ha risolti. Per le comunità cristiane, poi, è stata micidiale".

Quali risultati ha ottenuto l’amministrazione Usa in Iraq?
"La rifondazione dello Stato e l’impianto formale di strutture democratiche. Tuttavia, lo Stato è ostacolato per non dire alienato dal tribalismo e dall’etno-confessionalismo. La libertà non è né custodita, né protetta".

Dopo il ritiro Usa, c’è il rischio reale di divisione del Paese in tre zone: sciita, sunnita e curda?
"In questo periodo, visto anche il vuoto politico attuale e il vuoto di sicurezza conseguente, si temono eventuali conflitti tra comunità o partiti. Comunque non mi sembra che la situazione attuale, malgrado la sua drammaticità, evolva verso una divisione del Paese. Per ragioni interne e per cause esterne, la divisione non risolve i problemi oggetto di conflitti tra le varie parti".

I paesi limitrofi come Iran, Arabia Saudita, Siria, Giordania, Turchia faranno adesso maggiori pressioni politiche bloccando la formazione di un governo iracheno forte?
"Mi sembra che accade già".

In un Iraq diviso o peggio in guerra civile, quale futuro per le minoranze?
"Le minoranze patiranno sempre senza uno Stato di diritto. Vivranno in una casa senza tetto se lo Stato non si assume le sue responsabilità. Certo in caso di conflitti intercomunitari o di guerra civile strisciante, la sorte delle minoranze sarà molto precaria, anzi ancora più drammatica".

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