Prigionieri di una cultura riduttiva

Sconcertante indirizzo del Consiglio d'Europa

Il Consiglio d’Europa (CdE) batte un passo indietro su temi etici fondamentali, come quello della tutela della vita umana nascente. Infatti, è stato confezionato un testo, che dovrà essere approvato in ottobre dall’Assemblea plenaria del CdE (organismo che non fa parte delle Istituzioni Ue), con lo scopo di sollecitare gli Stati membri dell’Unione a introdurre "l’obbligo per il Servizio sanitario di fornire il trattamento desiderato, a cui il paziente ha diritto". Questo, di fatto, costituisce un restringimento per il personale medico che non vuole procedere all’aborto. Nel campo della salute riproduttiva molti Stati – a parere del testo proposto – non garantirebbero a sufficienza il diritto delle pazienti ad ottenere la fine della gravidanza. Sarebbe previsto, persino, un monitoraggio per verificare che quanto prescritto dal testo avvenga e, in caso contrario, addirittura, si ipotizzerebbe un sistema efficace di ricorsi.
Questo testo, seppure ancora da approvare, lascia sconcertati; infatti, è evidente come si resti prigionieri di una visione assai riduttiva della trasmissione della vita umana. Laddove l’esperienza umana insegna che c’è in gioco un atto umano tra due persone, che chiama alla vita una terza, si parla di "salute riproduttiva". Ora, non è corretto applicare all’uomo e alla donna un termine, che, invece, è proprio degli animali e delle piante: la riproduzione. E, poi, il concetto di salute, che veicola in questo ghetto l’idea che una gravidanza sia una patologia o una malattia, cui far fronte con l’interruzione. Infine, accennare ai diritti senza mai riconoscere i doveri conduce al sopruso sul più debole; è antidemocratico misconoscere il diritto dell’essere umano nelle fasi iniziali del suo sviluppo a vivere.
In questo il Consiglio d’Europa si mostra lontano dal senso comune delle persone e anche autoritario, perché vorrebbe limitare quelli che sono i capisaldi delle società moderne: i diritti dei deboli e l’esercizio della libertà, attraverso l’obiezione di coscienza.
Come uscire da questa prigione? La Chiesa ricorda la necessità e anche l’urgenza di tornare a riflettere su quei pilastri che hanno fondato la nostra millenaria civiltà; questa può aiutare a superare le secche del dibattito contemporaneo. Ad esempio, non poche volte il Papa richiama l’importanza di valutare le scelte odierne alla luce della legge naturale, cioè di quel progetto di umanizzazione scritto nel cuore di ciascuno e che deve emergere al di là dei condizionamenti storici del pensiero. In questo progetto si leggono alcuni principi assolutamente concreti come il "rispetto per la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale, non essendo questo bene della vita proprietà dell’uomo, ma dono gratuito di Dio" ("Discorso al Congresso internazionale sul diritto naturale", 12 febbraio 2007). Come anche si legge il dovere di cercare la verità su se stessi e sugli altri, scoprendo elementi comuni a tutte le latitudini e a tutti i passaggi della storia.
Dalla legge naturale scaturisce, ancora, l’istanza della libertà: non in modo assoluto, ma relazionale. La libertà umana è sempre una libertà condivisa con gli altri e l’armonia delle libertà può essere trovata solo in ciò che è comune a tutti: la verità dell’essere umano, il messaggio che porta in sé. Accanto alla libertà c’è l’esigenza della giustizia, che si manifesta, innanzitutto, nel dare a ciascuno il suo: e che cosa c’è di più "suo" se non la vita umana? E, ancora, la legge naturale conduce alla solidarietà nei confronti di chi è più debole e attende in nome della comune umanità la speranza di un aiuto da parte di chi ha avuto una sorte migliore. Questi e altri valori, propri della legge naturale, si concretizzano in norme non negoziabili, che non dipendono dalla volontà del legislatore e neppure dal consenso di una assemblea parlamentare.
La legge naturale è la sorgente da cui scaturiscono, insieme a diritti fondamentali, anche imperativi etici, che è doveroso onorare. Fuori da questo quadro la legislazione diventa spesso un compromesso tra diversi interessi, giungendo a trasformare in diritti quelli che sono interessi privati o desideri che stridono con i doveri derivanti dalla responsabilità sociale.
L’obiezione di coscienza – quella che si vorrebbe limitare in nome di un presunto diritto ad abortire – questa sì è un diritto che scaturisce direttamente dalla legge naturale. Essa si pone come un forte segno di controtendenza e testimonia che, nonostante i ripiegamenti del pensiero contemporaneo, la persona è in sintonia con le esigenze della piena umanizzazione, contenute in quel patrimonio dell’umanità che è la legge naturale. Con l’obiezione di coscienza ci si eleva oltre ogni condizionamento storico per allearsi con ciò che è per tutti e per sempre il vero bene.

Marco Doldi

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