Quell'”io” che inquina

Dagli interventi del card. Tettamanzi e mons. Crociata

"Il rischio che tutti corriamo è di guardare in basso, solo in basso, imprigionati e rovinati come siamo dal nostro ‘io’: un ‘io’ spesso pesantemente segnato dall’individualismo e dall’egoismo, un "io" che ripiegandosi su se stesso tende ad assolutizzarsi, a configurarsi come un ‘idolo’ da adorare e per il quale si è disposti a sacrificare tutto". Lo afferma nell’omelia del 15 agosto, solennità dell’Assunzione, il card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano.
Il cardinale invita a "guardare in alto", a Maria Assunta proprio perché "un ‘io’ così inquina il rapporto essenziale che ciascuno di noi ha con gli altri: siamo fatti per l’incontro e la relazione. Quando però sull’incontro e sulla relazione prevale l’affermazione del proprio ‘io’, la sensibilità verso l’altro diviene indifferenza, l’impegno verso l’altro non è più percepito e vissuto come responsabilità, il dono di sé all’altro qualcosa di non dovuto".
Un soggettivismo, questo, che l’arcivescovo definisce "virus che mina anche la famiglia" mentre "i limiti di un ‘io’ così, ripiegato su se stesso, non è difficile riscontrarli anche là dove ci si esprime come un ‘noi’. In realtà, anche nelle stesse occasioni nelle quali si vivono modi di essere e di agire associati non necessariamente si è di fronte a relazioni veramente aperte all’altro".
Dalla famiglia alla società il passo è breve. E il cardinale aggiunge che lo stesso male "purtroppo capita in alcuni gruppi, dove l’interesse che è al centro dell’associarsi è ‘privato’, esclusivamente corporativo, per tutelare interessi particolari e parziali, dove il bene dei singoli non è perseguito in relazione al bene comune dell’intera società, ma ricercato contrapponendosi ad altri, non di rado a scapito e a danno del bene altrui".
Inevitabilmente si arriva al livello politico e l’arcivescovo afferma che: "Questo atteggiamento è altrettanto grave e dagli effetti altrettanto dannosi quando è realizzato da coloro dai quali invece ci si attenderebbe un contributo decisivo alla costruzione del bene comune: penso ad alcuni modi di vivere il ‘noi’ tipico dell’esperienza dell’associarsi per fare politica, sindacato, impresa economica, servizio pubblico o – addirittura – ad alcuni modi di vivere l’esperienza ecclesiale… In apparenza si dichiara – come dovrebbe essere per natura e statuto – di essere a servizio degli altri, in realtà si considerano ‘gli altri’ funzionali ai propri interessi, per sfamare il bisogno di potere, notorietà, ricchezza. Così, senza l’apporto di queste istituzioni al bene di tutti, la Città e il Paese non sono più guidati e sostenuti in un percorso ragionato e lungimirante di crescita complessivo, attento ai bisogni di tutti. Gli interessi dei singoli e dei singoli gruppi prevalgono violentemente, ferendo e disgregando le città, limitando la sua progettualità, esponendo ad ancora maggiori povertà e debolezza chi povero e debole lo è già".
Al pensiero del cardinale si affianca quello di mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, il quale, nell’editoriale "Mobilitiamo la speranza per non rimpicciolire il cielo" apparso il 15 agosto su "Avvenire", scrive tra l’altro: "La lotta a difesa di interessi personali e di gruppo si trasforma in uno scontro di veti incrociati che paralizzano la ricerca del bene comune; o quando, nell’esercizio di una responsabilità o nell’espletamento di un compito all’interno di una organizzazione sociale, il sottrarsi al proprio dovere vanifica prestazioni e servizi attesi e sperati". Ad avviso del segretario generale della Cei: "Sono questi solo alcuni casi tipici di un andazzo che rimpicciolisce il nostro cielo, rendendo irrespirabile la convivenza. Diventa allora comodo scaricare responsabilità e colpe sugli altri illudendosi che basti una sterile elaborazione di formule, in realtà raramente idonee ad affrontare e risolvere i problemi. Come uscire da tale situazione? Bisognerebbe innanzitutto intendere l’indole spirituale del malessere che ci affligge: siamo poveri di idealità, di pensiero, di orizzonti, di speranza. Non bastano tecniche e programmi, peraltro necessari, ci vogliono persone rinnovate come ci ricorda Benedetto XVI: ‘Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune’".

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