Il futuro é nella memoria

47ª Settimana Sae: a cento anni da Edimburgo

"Abbiamo vissuto una Sessione che non ha avuto al centro l’attualità, ma la memoria ecumenica: abbiamo ripensato il suo dispiegarsi, attraverso alcune tappe strategiche. Un ripensamento che certo non si è realizzato nel segno del trionfalismo, ma certamente come riconoscimento e celebrazione del soffio dello Spirito che opera entro le nostre storie ecclesiali – talvolta così contraddittorie – per lasciarsi interrogare da esso". Lo ha detto, sabato 31 luglio, Simone Morandini, del Comitato esecutivo del Sae (Segretariato attività ecumeniche), tirando le conclusioni della 47ª sessione di formazione ecumenica dal Sae, che si è tenuta a Chianciano Terme. "È stato – ha aggiunto – come scoprire l’inserimento del nostro faticoso lavoro ecumenico in un fiume il cui flusso ci porta e ci sostiene; è stato un riscoprire la ‘nube di testimoni’ che anche oggi ci accompagna".

Sinfonia di voci. Una memoria, ha spiegato, che "ha assunto come riferimento fondamentale la Conferenza missionaria di Edimburgo del 1910 per esplorare il secolo che da essa ci separa, le traiettorie ecumeniche che a partire da essa si sono sviluppate". Ma ci sono anche altri due riferimenti: il Concilio Vaticano II e il documento ecumenico che nel 1990 il Gruppo di Dombes ha dedicato al tema della conversione delle Chiese . "La memoria ecumenica – ha osservato Morandini – ci è stata donata in questa sessione tramite una sinfonia di voci, nella forma che ad essa è propria, la sola che può rendercela davvero attuale". Tante "relazioni e contributi che ci invitano a evitare letture banalizzanti della memoria ecumenica, evitando di appiattirla su una singola dimensione: essa può essere detta solo come invito a gioire di una complessità emergente nella storia. Per farlo, però, bisogna comprenderla bene: l’ecumenismo deve essere profondamente attrezzato dal punto vista concettuale e teologico e saldamente radicato nella Scrittura".

Inverno ecumenico? Per Morandini, la memoria ecumenica è "soprattutto un protendersi verso il futuro, per un nuovo slancio in un tempo difficile, per sognare ancora, per continuare a sperare e a camminare nella dinamica ecumenica". È anche "un invito a leggere anche il nostro stesso tempo presente: tempo di recezione? O piuttosto di resistenza, contro derive antiecumeniche, cui occorre a nostra volta resistere. Che nome dare, dunque, a questo tempo così invernale: inverno, stallo, resistenza o reazione…?". A giudizio del membro del Comitato esecutivo del Sae, "sono difficoltà seconde, tanto più frustranti perché si sa di avere superato le prime, quelle più appariscenti, ma non dicono necessariamente di un ritorno indietro; piuttosto della necessità di avviare una nuova fase, di un salto di qualità". Allora, "come passare oltre l’ecumenismo del consenso per orientarci alla raccolta dei frutti di tanti dialoghi? Come ricercare ancora assieme conversione delle menti e delle pratiche all’unico Signore?". Per Morandini, "un’indicazione utile può venire da una ripresa del Vaticano II: pensare il dialogo attraverso un modello comunicativo aiuta a comprendere l’importanza di temi come quello della gerarchia delle verità o della distinzione tra il contenuto della fede e le modalità della sua espressione". Certo, ha ammesso, "comprenderli e applicarli non è facile, ma sono comunque fondamentali per ricercare nuovi modelli di reciproca comprensione e di interazione tra le Chiese. Non si tratta di usare ambiguità nella presentazione della fede, ma di testimoniare dell’eccedenza dell’Evangelo rispetto alle formulazioni che cerchiamo per esso e di essere disponibili alla comunicazione e al dialogo".

Il granello di senapa. Ma la domanda più forte è "forse quella sulla nostra capacità di uno sguardo davvero capace di cercare e riconoscere segni di speranza, pur magari fragili. Piccole tracce, forse, ma solo chi sa guardare al granello di senapa può sperare nel fiorire della grande pianta che esso diverrà. Se si guarda a tali segni magari si può pensare che l’ecumenismo viva nella condizione di una realtà che non è affatto morta, ma piuttosto addormentata. Il tempo invernale potrebbe essere allora solo quello dell’attesa del diletto che, come nel Cantico dei Cantici giunge per dire ‘Svegliati mia bella’. Sapremo essere pronti a cogliere i tempi del suo passare, quando essi si manifesteranno? E saremo capaci in questo frattempo di continuare a ‘pregare per l’unità come e quando il Signore la vorrà’ – aldilà dei nostri immaginari confessionali – e di operare per essa?". È questo, ha chiarito Morandini, "un interrogativo che interessa direttamente lo stesso Sae, che si trova al giro di boa della presidenza attuale e deve interrogarsi su se stesso, sul proprio futuro, un po’ invernale anche nei capelli dei partecipanti, eppure fecondo nella capacità di agire ed essere presente nei contesti". Il Sae che deve "pensarsi secondo la metafora del lievito, per designare una vocazione ecumenica di animazione nei diversi contesti locali e non solo. Una tradizione di memoria soprattutto per mantenere viva la speranza, per sostenere la costruzione – spesso faticosa – del dialogo, per anticipare la comunione ecumenica in parabole di fraternità", ha concluso.

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