Francia, Polonia

Francia: i vescovi con i rom e i nomadiSono scesi in campo anche i vescovi francesi invitando tutti a fare un passo indietro, per riportare serenità in un ambito molto delicato della convivenza civile: la presenza delle comunità dei nomadi in una città. La presa di posizione arriva alcuni giorni dopo i “tristi avvenimenti” che sono successi nel villaggio di Saint-Aignan, nella Loira francese. Una serie di scontri tra rom e gendarmeria scatenatisi dopo l’uccisione di un ragazzo di 22 anni che avrebbe evitato di fermarsi ad un posto di blocco. Sull’accaduto è intervenuto anche il presidente della Repubblica Nicholas Sarkozy che ha parlato di “estrema gravità degli eventi, escalation di violenza, soprattutto contro le forze dell’ordine”. Il premier ha quindi annunciato per il 28 luglio un vertice straordinario all’Eliseo, dedicato proprio ai “problemi che pongono i comportamenti di alcuni nomadi e rom”, che “farà il punto della situazione in tutto il Paese, e deciderà lo sgombero degli accampamenti in condizione irregolare”. L’annuncio ha suscitato l’immediata reazione e le forti critiche da parte delle associazioni di difesa dei diritti dell’uomo, che accusano governo e presidente di stigmatizzare un’intera comunità sulla base di un singolo fatto. Tra queste anche l’Association nationale des gens du voyage catholiques (Angvc) con la quale la Conferenza episcopale francese è strettamente legata. L’associazione cattolica definisce le parole del presidente Sarkozy, “come una odiosa stigmatizzazione di tutti i nomadi e rom”, “rafforzando una inutile e pericolosa etnicizzazione del dibattito che porta lontano dall’ideale repubblicano”. In un comunicato, i vescovi francesi riprendono la nota dell’ Angvc nella quale – sottolineano i vescovi – quattro associazioni di categoria, per la prima volta insieme, chiedono al governo di “rinunciare agli annunci d’effetto per ricercare risposte politiche concertate e determinate”. “Noi – scrivono mons. Raymond Centène e mons. Claude Schockert, rispettivamente vescovi di Vannes e di Belfort-Montbéliard – appoggiamo questa rivendicazione” soprattutto laddove “ci si fa carico della situazione quotidiana vissuta da queste persone che hanno grandi difficoltà a far valere i propri diritti alla sosta, al viaggio, alla scolarizzazione, al lavoro, alla sanità e alla cittadinanza. In quanto responsabili dell’ufficio per i “Gitani e la Gente di Viaggio – proseguono i due vescovi – “non possiamo rassegnarci a vedere i rom e i nomadi vittime di pregiudizi e confusioni, capri espiatori designati dalle difficoltà della nostra società di cui spesso anche in passato sono state le prime vittime”. Concludono i vescovi: “Siamo convinti che il rimedio alla paura e all’insicurezza non si trova in una recrudescenza della sicurezza ma passa attraverso un’azione di lunga durata nutrita di rispetto e conoscenza reciproca. Ci appelliamo ai nostri fratelli e sorelle in Cristo, ma anche a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, viaggiatori e sedentari, Rom e gadje, eletti e semplici cittadini, a unirsi a noi nel cammino verso il ‘vivere insieme’ in grado di garantire un futuro condiviso e una società pacifica”. Nel vertice indetto all’eliseo, il presidente Sarkozy ha dato mandato al governo di procedere entro tre mesi all’evacuazione dei 200 accampamenti “illegali” recensiti.Polonia: l’insurrezione di Varsavia”L’insurrezione di Varsavia significava 63 giorni dell’ ‘amore che chiama’ e della ‘libertà che risponde’”. Con queste parole mons. Edward Materski ricorda le giornate di lotta degli abitanti della capitale polacca contro le truppe di Hitler, nel 1944, mentre sull’altra riva del fiume Vistola che attraversa la città, l’Armata Rossa aspettava il compimento dell’ecatombe. L’insurrezione di Varsavia scoppiò il 1 agosto del 1944. Mons. Materski, allora alunno del seminario, vi partecipò insieme ad altri polacchi, per lo più giovani e giovanissimi, dopo che Stalin aveva balenato la promessa di fornire agli insorti delle armi affinché – in seguito a cinque anni di occupazione nazista – avessero mezzi per combattere il nemico comune. Uno dei 150 cappellani degli insorti p. Waclaw Karlowicz ha definito la promessa di Stalin “una terribile menzogna” in quanto “fu proprio l’Unione Sovietica a volere l’annientamento dei patrioti polacchi per mano dei tedeschi” ancora saldamente trincerati nella città. Durante l’insurrezione, la popolazione cittadina, per lo più inerme, nonostante i bombardamenti e gli attacchi delle forze tedesche riuscì a combattere per oltre due mesi. Nell’insurrezione da parte polacca perirono, secondo le ultime stime, circa 150 mila civili, mentre altri circa 600 mila sono stati deportati dai nazisti nei campi fuori il perimetro cittadino. Il 98% della città era distrutto. Durante i tempi del regime comunista per molti anni si è tentato di cancellare il ricordo dell’insurrezione dalle carte della storia. Per le prossime celebrazioni del 66mo anniversario dell’insurrezione, un filmato in 3D realizzato con l’aiuto di ultimissime tecnologie mostrerà la capitale polacca rasa al suolo, com’era nell’ottobre del ’44. Le celebrazioni della giornata nazionale in memoria degli insorti inizieranno con la solenne liturgia di suffragio e continueranno con preghiere ecumeniche e numerose iniziative a carattere storico-artistico. Iniziative anche nel museo dedicato all’insurrezione di Varsavia e realizzato negli ultimi anni su iniziativa del presidente polacco Lech Kaczynski morto nella catastrofe aerea di Smolensk il 10 aprile scorso.

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