Il passo atteso

Una laicità fatta di rispetto non di contrasto

Dopo l’udienza delle parti tenutasi a Strasburgo il 30 giugno scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo si accinge a elaborare la sentenza circa l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Da sei a dodici i mesi previsti per portare a termine questo impegno. Nel frattempo il tema dell’esposizione del crocifisso nelle aule rimane al centro delle riflessioni e dei dibattiti in diverse sedi e con diversi interlocutori. SIR Europa ha rivolto alcune domande a Venerando Marano, ordinario di diritto ecclesiastico e coordinatore dell’Osservatorio giuridico-legislativo della Conferenza episcopale italiana.In margine all’udienza della parti alla Corte europea dei diritti dell’uomo qualcuno ha critto che sulla questione dell’esposizione del Crocifisso nella aule scolastiche la stessa Corte giudicherà se stessa cioè giocherà la propria autorevolezza, la propria credibilità istituzionale. In che misura si può concordare con questa affermazione?“La Corte di Strasburgo gode di una riconosciuta autorevolezza e credibilità, consolidata nel tempo grazie al ruolo svolto fin dalla sua istituzione a tutela dei diritti garantiti dalla Convezione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo del 1950. È importante evitare il rischio che tale autorevolezza risulti compromessa da decisioni come quella sull’esposizione del Crocifisso, che sembra non tener conto di quanto previsto dallo statuto del Consiglio d’Europa del 1949 circa l’irremovibile legame dei governi dei Paesi fondatori ‘ai valori spirituali e morali, che sono patrimonio comune dei loro popoli e fondamento dei principi di libertà… dai quali dipende ogni vera democrazia’, né del richiamo al ‘patrimonio comune di tradizioni e di ideali’ operato nell’introduzione della stessa Carta dei diritti fondamentali. Tale decisione appare viziata da imprecisioni tecniche e forzature ideologiche – chiaramente indicate nelle memorie difensive presentate dal governo italiano – che fanno apparire necessario un ripensamento da parte della Grande Chambre, nel rispetto di quel principio di sussidiarietà che rimane un cardine essenziale per la costruzione equilibrata del futuro dell’Europa”.Da parte della Corte europea si è ricordato all’Italia che l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche risale a provvedimenti risalenti al periodo fascista. Quale “messaggio” in questo richiamo? Quale può essere la risposta?“La sentenza della Corte di Strasburgo dello scorso novembre collega la presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche al confessionismo di Stato. Si tratta di un richiamo erroneo, perché le norme in materia non sono frutto del principio confessionista sancito dall’art. 1 dello Statuto albertino – in realtà subito svuotato dei suoi contenuti in conseguenza di leggi che già a partire dal 1848 realizzarono il separatismo italiano – quanto piuttosto delle scelte dello Stato liberale, poi confermate in epoca costituzionale. Tali scelte tengono conto dell’importanza del simbolo del Crocifisso rispetto alla tradizione e all’identità del popolo italiano, che non precludono la possibilità di incontrare e accogliere la diversità ma non possono essere sacrificate in nome di questo incontro. Il dialogo e l’incontro non presuppongono affatto questo sacrificio, anzi possono essere favoriti da una identità consapevole, che non ha bisogno di rivendicare spazi ma si afferma di per sé e tende a stare in relazione, cercando punti di convergenza con esperienze e culture diverse”. Invocare continuamente e con tanta insistenza la laicità dello Stato come avviene nel caso dell’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici appare una sorta di arroccamento ideologico che incide anche su legislatori e giudici. Perché a riguardo di una “laicità positiva” gli esempi di numerosi Stati europei e degli stessi Usa non insegnano, non fanno testo?“Il richiamo alla laicità dello Stato a volte è strumentale, rivela letture ideologiche e alimenta fraintendimenti circa il contenuto e la portata del principio. L’esperienza giuridica italiana presenta al riguardo una precisa connotazione, che è stata ignorata dalla Corte dei diritti dell’uomo. Tale connotazione, ormai prevalente in ambito europeo, disegna una laicità che, ferma restando la distinzione e l’autonomia della sfera temporale da quella spirituale, non significa privatizzazione della religione o esclusione della religione dalla sfera pubblica o indifferenza dello Stato per la religione, bensì ‘salvaguardia della libertà religiosa, in regime di pluralismo culturale e confessionale’ (Corte cost. n. 203/1989). In un contesto che assicura pienamente la libera espressione di ogni religione, l’idea di neutralità dello Stato, se viene invocata per imporre l’assenza di simboli religiosi nei luoghi pubblici, anziché essere espressione del pluralismo proprio di una società democratica rischia di tradursi nella sua negazione. Per evitare questo rischio è necessario che si affermi una concezione della laicità non antagonista dell’esperienza religiosa ma aperta e pacificata, una ‘laicità del rispetto’ piuttosto che del contrasto, ispirata a canoni di reciproco riconoscimento e di dialogo tra credenti e non credenti”.

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