Gettare il seme

Vocazioni in Europa: necessità e urgenze

“Vieni e Vedi. Il sacerdote: testimone e servitore delle vocazioni”. Su questo tema si è svolto dall’1° al 4 luglio ad Esztergom, in Ungheria, l’incontro annuale del Servizio europeo per le vocazioni (Evs), Commissione del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) per la cura e l’attenzione alle vocazioni sacerdotali e consacrate nella Chiesa. Presenti all’incontro 53 delegati di 15 Chiese nazionali del Vecchio continente: Austria, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Repubblica Ceca, Francia, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ungheria, Scozia, ai quali si è aggiunto il responsabile della pastorale vocazionale religiosa negli Usa.Con saggezza e audacia. “Nei tempi particolari che stiamo vivendo in Europa – ha detto aprendo i lavori padre Jorge Madureira, coordinatore Evs – è giunto il momento di gettare nuovamente, con lo spirito dell’agricoltore, il seme delle vocazioni e specialmente della vocazione sacerdotale”. Da questa convinzione, “nata dalla fede, deriva un reale senso di necessità e urgenza” per il nostro continente. Padre Madureira ha evidenziato al riguardo la “responsabilità speciale” dei Servizi nazionali: “insegnare la verità del Vangelo e della tradizione della Chiesa, ancorché esse siano controcorrente rispetto al pensiero della cultura dominante, con il coraggio di ripensare seriamente la comprensione del ministero presbiterale” e “annunciarlo con saggezza e audacia”. Occorre allora “una mobilitazione congiunta per un’evangelizzazione che sappia porsi, in piena crisi, quale testimonianza di santità e sforzo di esercizio profetico”. Questo richiede tuttavia una “revisione urgente” dell’attuale “modello di educazione cristiana”. “Salutiamo con grande speranza – ha concluso il coordinatore Evs – il nuovo e significativo segno dato da Benedetto XVI creando una Congregazione per la nuova evangelizzazione del continente europeo”.Promotore di vocazioni. Incentrando il proprio intervento sulla testimonianza dei profeti in Israele, mons. János Székely, biblista e vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha osservato che “la persona è più importante del messaggio e della missione che le viene affidato”. Per mons. Jean-Louis Bruguès, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, “l’incontro personale con Dio é la sorgente di ogni vocazione ed in modo particolare della vocazione presbiterale” che “non s’improvvisa” e “passa attraverso un processo di maturazione umana”. “La vocazione del prete – ha spiegato – non é soltanto una vocazione personale”, e la sua testimonianza, “che coinvolge la famiglia di origine, la comunità cristiana e la comunità presbiterale”, può “venire soltanto da un ministero dall’identità chiara e richiede una preparazione solida, che ne attraversa tutta la vita”. Partendo dai dati dell’inchiesta promossa dalla Pontificia Opera delle Vocazioni che ha coinvolto nel periodo 2008-2009 i diversi centri nazionali, padre Mario Oscar Llanos, docente presso la Pontificia Università Salesiana di Roma, ha sottolineato “l’esigenza di una maggiore attenzione verso tutte le vocazioni” e di “un maggiore impegno nell’accompagnare il discernimento di coloro che rispondono alla chiamata”. Per il religioso “ogni vocazione nasce dall’in-vocazione”, ma sono “la testimonianza del prete, la sua vita di comunione, la quotidianità del suo ascolto” a “generare la verità rendendo possibile la libertà della scelta”. Il sacerdote è insomma “promotore di vocazioni” se egli stesso “è uomo della carità e della comunione”. Cinque, in sintesi, le “tappe” del cammino vocazionale: seminare/risvegliare, accompagnare, educare, discernere e scegliere. Una “necessità improrogabile”. Di “reticenze mentali” in diversi preti a promuovere presso i giovani le vocazioni al sacerdozio, che ha invece definito una “necessità improrogabile” nell’odierno “inverno vocazionale dell’Europa occidentale”, ha parlato mons. Juan Maria Uriarte, vescovo emerito di san Sebastian (Spagna). Una resistenza dovuta alla “paura di spaventare, proponendo una via che comporta molti sacrifici, e di sconvolgere troppo presto la vita di un ragazzo” con il timore di condizionarne “il sistema psichico” ancora in via di formazione. Dopo avere messo in guardia da proposte “riduttive” che ne “abbassano” il livello a “vocazione sociale di servizio”, “tardive” o “pusillanimi”, il presule ha esortato i presbiteri a “non confondere la proposta con le proprie proiezioni e attese”. La coscienza della “priorità” di questo compito, la qualità della testimonianza evangelica, la “gioia di una vita sacerdotale” vissuta sentendosi “bene nella propria pelle”, secondo mons. Uriarte “sorprendono i giovani e li fanno pensare”. Indispensabile inoltre “un atteggiamento fondamentalmente positivo nei loro confronti”. Infine la speranza, fondata sulla “convinzione che Dio non può negare alla Sua Chiesa ciò che le è indispensabile”, e la “vicinanza” ai genitori dei ragazzi per “dissiparne timori e pregiudizi” e contenerne “gli eccessi di protezione” o le “ambizioni sul futuro dei figli”.

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