Un brutto taglio

Anche se c'è stato un ripensamento

“Alla luce di tante omissioni per non dire manchevolezze è importante cercare, tutti insieme, di far valere diritti di giustizia ed equità sociale”. A dichiararlo al SIR è Franco Previte, presidente dell’associazione “Cristiani per servire”, alla vigilia della manifestazione promossa il 7 luglio a Roma da Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) e Fand (Federazione tra le associazioni nazionali dei disabili) per il ritiro dell’emendamento del Governo, presentato il 30 giugno, all’art. 10 del decreto legge 78/2010 (Manovra). L’articolo riguarda la “Riduzione della spesa in materia d’invalidità”. Nel pomeriggio del 6 luglio si è avuto un ripensamento del Governo che ha riportato al 74% la soglia d’invalidità, mentre rimane ferma la posizione sull’accompagnamento. La votazione in aula sarà il 14 luglio.
“Di fronte all’immensità del problema che avvolge il mondo della sofferenza”, spiega Previte, “le istituzioni dovrebbero dare” alle persone con disabilità e alle loro famiglie “quel riconoscimento sociale e pubblico che loro spetta”. Invece queste misure non tengono conto “di questi sofferenti”, ancora una volta “dimenticati e privati del rispetto per la loro dignità di persone umane bisognose di ogni assistenza”. Le persone con disabilità – di sei anni e più – che vivono in famiglia sono 2 milioni e 600 mila, pari al 4,8% della popolazione italiana (dati Istat 2010). Il 57,3% e il 53,7% delle famiglie con almeno un disabile, rispettivamente nelle Isole e nel Meridione, non riceve alcun tipo di aiuto, né pubblico né privato (Istat 2010). L’80% delle famiglie in cui è presente una persona con disabilità non riceve alcun aiuto o supporto pubblico (Istituzioni, Comuni, Asl). Sono alcuni dati contenuti in “Raccontiamola giusta”, opuscoletto diffuso dalla Fish. A Carlo Giacobini, direttore responsabile del sito HandyLex.org e della rivista HandyLexPress e consulente normativo della Fish, abbiamo chiesto un parere.

C’è il rischio di far passare l’idea che la disabilità sia un costo sociale superfluo?
“C’è uno smantellamento di una cultura della solidarietà, di una cultura dell’autonomia personale dei cittadini e di una ricerca di mantenimento, all’interno della famiglia, di persone anziane gravemente non autosufficienti. C’è il rischio di perdere di vista una cultura della solidarietà all’interno di un’organizzazione dei servizi sociali. Qui si sta seguendo una logica esclusivamente di risparmio. Infatti, quando si parla di disabili e di persone anziane non autosufficienti, qualcuno parla di spesa improduttiva, di lusso che un Paese come il nostro non può mantenere. Tutto ciò cozza con una cultura di solidarietà tipicamente cattolica, e anche, con un certo tipo di convinzioni che fanno parte della nostra cultura nazionale. Finora questo è stato probabilmente l’elemento più forte di incontro e unificante tra culture diverse: l’impegno nel campo della solidarietà, nella difesa dei più deboli, dei bambini, degli anziani”.

I disabili sono davvero un costo insostenibile per il nostro Paese?
“Si dice che i disabili siano una spesa improduttiva, ma non è vero: c’è un indotto incredibile intorno alla disabilità, di servizi, di accompagnamento, di badanti, gente che lavora, che produce reddito e paga le tasse. La non autosufficienza provoca impoverimento nelle famiglie, quindi perdita di reddito, di carriera lavorativa, di soldi, questo lo dice l’Istat attraverso una serie di ricerche sul fenomeno. Tagliare il canale dei fondi alle famiglie con non autosufficienti rende la vita più complicata. Sono persone già ai margini, persone anziane che hanno bisogno di tutto o persone fortemente disabili, con gravi ritardi mentali, per le quali già il carico sulla famiglia è abbastanza forte”.

Comunque, si dice, occorre tagliare la spesa e tutti devono fare sacrifici…
“Innanzitutto, la spesa dello Stato per la solidarietà, per le politiche sociali, per la non autosufficienza è diminuita nel corso degli anni, come si può leggere nell’opuscoletto della Fish. In realtà, si vuole colpire un fenomeno che non si conosce o non si vuole conoscere a fondo e che è estremamente variegato e sfaccettato in termini di diritti consolidati, di bisogni. Così si analizza il fenomeno solo in chiave di spesa per lo Stato: parte tutto da una riflessione che ha dei presupposti sbagliati di non conoscenza, di non voler approfondire i problemi. Eppure, se si approfondisse la complessità del fenomeno, si potrebbe non solo risparmiare ma anche ottimizzare la spesa, utilizzando al meglio questo che è un investimento. Sulle non autosufficienze non è solo una spesa caritatevole, è un investimento per rendere il più autonomo possibile una persona, per tentare di alleggerire una famiglia perché possa continuare a fare la sua vita, la sua attività lavorativa, andare avanti, reggere l’impatto di una crisi o di una congiuntura più sfavorevole. È un impegno serio, diverso. Il centro comunque dovrebbe essere la famiglia, l’individuo, non i conti dello Stato, non stiamo parlando di un fenomeno numerico, di 2.600.000 prestazioni ma di 2.600.000 persone con i loro problemi. Insistiamo convinti della centralità della famiglia che va premiata e sostenuta, in tutte le situazioni, soprattutto in quelle di maggior disagio, quando ci sono bambini, anziani o persone con gravi disabilità”.

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