Quale protezione?

Caritas Europa: manca una volontà politica comune

“Ci sono migliaia di persone migranti che hanno bisogno di protezione internazionale ma non riescono più ad arrivare nell’Unione europea”. Ne parla a SIR Europa Peter Verhaeghe, responsabile dell’ufficio “immigrazione” di Caritas Europa, tra i partecipanti al Migramed-Forum 2010 che si è svolto dal 16 al 18 giugno a Valderice (Trapani), per iniziativa di Caritas italiana e dalla delegazione regionale delle Caritas della Sicilia. Erano presenti un centinaio di delegati da tutta Italia e da 11 Caritas del Mediterraneo (tra cui Libia, Algeria, Marocco, Turchia, Grecia, Libano, Tunisia, ecc.), che hanno lanciato un appello e creato una rete di collaborazione tra le Caritas del Nord e del Sud del Mediterraneo. L’incontro si è tenuto nell’Anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Dal prossimo anno sarà pubblicato un dossier annuale su “tendenze e criticità” del fenomeno migratorio. Il 20 giugno, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato indetta dall’Onu, anche il Papa ha invitato a pregare per i rifugiati, “perché, in una giusta reciprocità, si risponda in modo adeguato” alle loro aspettative “ed essi mostrino il rispetto che nutrono per l’identità delle comunità che li ricevono”. Cosa avete scoperto da questo incontro tra Caritas del Nord e del Sud del Mediterraneo?“Ci siamo resi conto che la situazione del lato Sud del Mediterraneo è completamente diversa dal lato Nord, soprattutto per organizzazioni legate alla Chiesa cattolica. In Italia o in Spagna c’è molta libertà di operare, non accade lo stesso a Sud. In ogni modo vogliamo intensificare la cooperazione con tutte le Caritas, soprattutto con Caritas Libia. Potremmo, ad esempio, seguire concretamente le persone migranti che passano attraverso i servizi Caritas nei diversi Paesi”. Quali conseguenze, anche a livello europeo, dell’accordo tra Italia e Libia sui respingimenti in mare?“Con l’accordo tra Italia e Libia oggi i richiedenti asilo non possono più arrivare in Italia: quindi non si può dire che l’Unione europea è una terra che accoglie se le persone non riescono ad arrivare fino a qui. Lo dimostra il fatto che le strutture per i richiedenti asilo in Sicilia sono vuote. Ci sono migliaia di persone che hanno bisogno di protezione internazionale ma non riescono più ad arrivare nell’Unione europea”.Come Caritas Europa voi fate anche azione di lobby presso le istituzioni Ue: che tipo di atteggiamento hanno nei confronti di questo accordo?“L’anno scorso abbiamo chiesto al Commissario responsabile di intervenire ma la reazione è stata relativamente debole: da un lato c’è la volontà europea di avere un sistema comune d’asilo, dall’altro c’è il rispetto della volontà e competenza di ogni singolo Stato. E ogni Stato membro dell’Ue ha sfide e azioni diverse. L’accordo Italia-Libia, ad esempio, è un accordo bilaterale. Questa complessità è dovuta al fatto che c’è una competenza nazionale, condivisa in parte a livello europeo. Ma l’accesso ad un Paese è interamente di competenza nazionale. Non credo che i Paesi riusciranno mai a mettersi d’accordo per fare in modo che diventi una competenza europea”.L’Ue, quindi, non può intervenire maggiormente?“Niente è impossibile, ma non è ancora il momento, non c’è ancora la volontà politica. Si usa sempre il pretesto della crisi economica per giustificare questi comportamenti. Ma penso che sarebbe molto meglio avere una politica estera comune”. Cosa pensa della chiusura degli uffici dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) in Libia?“Ci auguriamo che sia una chiusura provvisoria e che possa riaprire presto. Ma tutto dipende dalle condizioni: se la chiusura vuole evitare che l’Unhcr faccia alcune cose allora non ha senso che stia in Libia. Se l’ufficio non è messo in condizioni di operare non serve. È sicuramente un gioco politico, bisogna negoziare. Per noi è molto importante la presenza dell’Unhcr perché la Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, non c’è nessun controllo sulla situazione delle persone migranti, nessuno che verifichi se hanno o meno bisogno di protezione internazionale”.

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy