Un lungo cammino

Il dibattito in Europa sull'utilizzo del velo integrale

Il velo islamico integrale (burqa) ha spesso destato contrasti e differenti opinioni fra l’opinione pubblica, ma negli ultimi tempi anche i Governi e i Parlamenti di alcuni Stati membri dell’Unione europea hanno avviato con accentuazioni diverse un approfondito dibattito. SIR Europa ha cercato di fare il punto su alcune legislazioni in corso in Europa ed ha chiesto pareri agli esperti. Belgio e Danimarca. Al riguardo, il 29 aprile scorso la Camera bassa del Parlamento del Belgio ha approvato una proposta di legge che prevede una multa o una settimana di carcere per “chi si presenterà in uno spazio pubblico con il volto coperto, del tutto o in parte, che ne impedisca l’identificazione”. Il testo passa ora all’esame della Camera alta per l’approvazione definitiva. In Danimarca lo scorso mese di gennaio il Governo ha deciso di limitare l’uso del burqa e del niqab nello spazio pubblico “ma senza vietarli”. Scuole, amministrazioni e imprese possono approvare regolamenti in materia.Francia. Nel frattempo, anche la Francia potrebbe approvare entro il mese di settembre prossimo una legge in materia. Al riguardo, nella seduta del 19 maggio scorso il Governo ha presentato un progetto di legge sugli “abiti integrali”. L’articolo 1 stabilisce che “nessuno può, nello spazio pubblico, portare una tenuta destinata a dissimulare il volto”. Eccezioni sono previste solo per necessità mediche ed esigenze legali d’anonimato ovvero durante feste tradizionali e manifestazioni culturali. Per i trasgressori, sono previste ammende di 150 euro accompagnate da un eventuale “stage di educazione civica”. La pena invece prevista per chi esercita la coercizione verso le donne è di un anno di prigione accanto a 15mila euro di ammenda. Dopo la promulgazione della legge, il Governo prevede un periodo “pedagogico” di 6 mesi durante il quale le sanzioni potranno non essere applicate. In precedenza, alla fine del mese di marzo scorso, il Consiglio di Stato francese aveva espresso un parere che esclude di fatto il divieto “generale e assoluto” che “non potrebbe trovare alcun fondamento giuridico incontestabile”, mentre auspica un “perfezionamento” delle leggi che già vietano “la dissimulazione del viso”, oltre all’estensione del divieto “in certe circostanze particolari di tempo e di luogo”. Diversi sono altresì gli altri Paesi europei dove si sta discutendo sui limiti da porre all’uso del velo. Tra questi, anche l’Italia ove attualmente sono in discussione sette proposte di legge presso la I Commissione (Affari costituzionali) di Montecitorio riguardanti la “Modifica all’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, concernente il divieto di indossare gli indumenti denominati burqa e niqab”. I testi prevedono espressamente il divieto di “utilizzo degli indumenti femminili in uso presso le donne di religione islamica denominati burqa e niqab” ovvero di indossare abiti “a scopo religioso qualora rendano non identificabile la persona che li utilizza”. La Commissione, che ha costituito un Comitato ristretto per l’elaborazione di un testo unificato, ha svolto un’indagine conoscitiva attraverso l’audizione di esperti del settore. La vera questione. “Occorre ancora ribadire semplicemente il fatto che è assolutamente legittimo affermare che nessuno può, nello spazio pubblico, portare una tenuta destinata a dissimulare il volto. Non c’è nulla nel Corano e nella Sunna islamica che obblighi le donne a farlo (sto parlando di copertura del volto e quindi di irriconoscibilità del soggetto) e quindi non ci sono appigli per “dogmatizzare” una pratica che è puramente culturale”, così spiega a SIR Europa padre Claudio Monge, italiano, che da otto anni vive a Istanbul, dove ora è superiore della comunità domenicana. “Mi sembra invece molto aleatorio pensare di penalizzare chi esercita coercizione verso le donne” continua il teologo ed esperto di dialogo interreligioso: “già la questione del velo intesa nei termini di coercizione o discriminazione della donna è molto discutibile (e la coercizione conclamata è percentualmente molto bassa). Direi che in questo senso i Paesi cosiddetti moderni occidentali farebbero bene a vigilare di più sulle violenze domestiche ai danni della donna che si consumano nei confronti di persone non certo velate!”. La via del rispetto. I vescovi francesi esprimono riserve riguardo al divieto del velo integrale. Perché – è questa l’opinione del vescovo Michel Santier, presidente del Consiglio per le relazioni interreligiose – se la Francia dovesse legiferare in questa direzione, si otterrebbe sulle donne musulmane l’effetto “contrario” a quello ricercato. “Se un testo di legge fosse adottato – afferma mons. Santier -, il rischio per le donne musulmane che portano il velo integrale, è quello che queste donne non escano più di casa e siano ancora più marginalizzate. Il risultato così potrebbe essere contrario all’effetto ricercato e condurrebbe, per reazione, ad un aumento del numero delle donne che indossano questo tipo di abito”. È essenziale in questo ambito “non lasciarsi prendere dalla paura e dalla teoria dello scontro delle civiltà”. “Il dialogo nella verità tra credenti permette di superare i pregiudizi reciproci. Il cammino sarà lungo ed esigente. La via del rispetto reciproco permetterà di migliorare la convivenza nel nostro Paese”.

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