Sguardi dall’Europa

Architetti, teologi e liturgisti cristiani a confronto

“Liturgia e arte. La sfida della contemporaneità” è stato il tema affrontato nell’VIII Convegno liturgico internazionale che si è tenuto nei giorni scorsi presso il monastero italiano di Bose (Biella) per iniziativa dello stesso monastero in collaborazione con l’Ufficio nazionale per i Beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale italiana. A Bose sono convenuti circa 200 tra architetti, artisti e teologi provenienti da Austria, Belgio, Brasile, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Indonesia, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Stati Uniti, Svizzera e Ungheria, con la presenza di studiosi cattolici, ortodossi, luterani, anglicani e riformati.” La bellezza – ha affermato il priore Enzo Bianchi in apertura – è veramente tale se è a servizio della liturgia per rivelare anch’essa, con ciò che essa è, il mistero di Dio”.Arte religiosa. “L’arte ha lasciato il tempio?”. È l’interrogativo posto da Johannes Rauchenberger (Facoltà teologica cattolica dell’Università di Vienna). “Forse essa – ha sostenuto il docente – ha interpretato i temi prioritari per il tempio in modo migliore dei suoi guardiani”. Negli ultimi decenni, ha spiegato “il concetto di arte religiosa è stato ripensato secondo più direzioni a partire dalla questione se essa si può ritrovare al di là di quella definita tale”. L’arte religiosa è stata, quindi “ricompresa nell’arte in generale partendo dalla constatazione che l’arte si è spostata verso una spiritualità di tipo più generale e fluttuante”. La seconda direzione, ha proseguito lo studioso austriaco, è: “dove si può trovare Dio nell’arte profana?”. Attraverso “lo sguardo del bambino, l’espressione della felicità e dell’amore, la sofferenza dei malati è più facile comunicare l’intensità della vita che nell’ ars religiosa”. La visione dell’arte più elevata, infatti “sottolinea la sua capacità di umanizzazione della vita”. La terza direzione, infine, pone la domanda: cosa fa di un’immagine, un’immagine di arte cristiana? Ci sono, infatti nell’arte contemporanea “esempi bellissimi che esprimono i temi dell’arte religiosa”. Il concetto cristiano di bellezza, ha concluso Rauchenberger, “può a sua volta aiutare l’arte ad uscire dal mero estetismo”.Tra servizio e autonomia. “Servire – ha affermato Francois Boespflug (Facoltà teologica cattolica dell’Università “Marc Bloch” di Strasburgo) richiamando l’insegnamento della costituzione conciliare Sacrosanctum concilium sull’arte religiosa – non è contestare l’autonomia dell’arte, ma tenere conto del culto cristiano”. Sono sei, per Boespflug, “le qualità da richiedere esplicitamente e pagare correttamente affinché un’opera d’arte possa essere esposta in modo durevole in una chiesa”. Tra queste la qualità artistica intrinseca: “da quando l’arte esiste le opere d’arte devono avere contenuto riconoscibile, determinato con l’accordo tra artista, destinatari, utilizzatori”. Non può risultare “dal senso che il primo visitatore darà all’opera anche se l’arte si presta a varie letture interpretative”. Non tutte le opere, inoltre, secondo Boespflug “sono suscettibili di un innesto riuscito nell’edificio di culto cui sono destinate, pena il ‘rigetto’ come per un cuore trapiantato”. L’opera deve anche avere “attitudine alla concelebrazione, cioè la capacità di mescolare la sua voce all’insieme dei registi espressivi presenti, compreso l’edificio”. Si rivela qui “il problema della committenza e della previsione di un programma iconografico”. Infine è necessaria la qualità della bellezza: “solo il bello che nutre fede, speranza e carità – ha concluso Boespflug – resiste a tutte le variazioni del gusto”.Concelebranti del culto. “Come incoraggiare gli artisti ad essere meno esibizionisti in uno spazio vuoto, in cui ammirare la forza della loro visione originale, ma concelebranti nell’offerta del culto?”. Per mons. David Stancliffe, vescovo di Salisbury, in Gran Bretagna, è questa la sfida della contemporaneità nel rapporto tra arte e liturgia. Non solo, quindi “al servizio della liturgia ma collaboratori”. Un obiettivo tanto più ambizioso tenendo conto che “molta gente ha smesso di credere nel soprannaturale e la liturgia non sembra avere potere evocativo”. Non si tratta solo “di non conoscere le storie della Bibbia” ma “la comprensione del sacro è assente dall’esperienza vitale di molte persone”. Esse, infatti, “lavorano su un livello unico di realtà dove l’immagine è tutto e non c’è un vocabolario simbolico condiviso”. Secondo mons. Stancliffe “stare davanti agli uomini e far vedere al di là della realtà, cioè coniugare immanenza e trascendenza, è il compito dell’arte”. Ne consegue che la Chiesa “ha bisogno di prendere più seriamente, come parte della sua missione fondamentale, la scoperta dell’arte in ogni forma”. Ciò indica, ha concluso il presule, “almeno un’ utile area di collaborazione nella quale si possono cominciare ad esplorare le questioni di fondo del significato, obiettivo e valore della vita umana”.

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