L’abbraccio dei laici

Quasi una lettera aperta

“Carissimi, noi vescovi, riuniti in Assemblea Generale, abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi mentre l’Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione”.
Così inizia il “Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia“.
“Carissimi, anche noi laici sulle strade del mondo, abbiamo avvertito, con i nostri vescovi, il forte desiderio di scrivervi mentre l’Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione”.
Non è l’inizio di un altro messaggio ai preti ma l’inizio di un breve pensiero mentre si conclude l’Anno che Benedetto XVI ha voluto offrire, non solo alla Chiesa, come una sosta di riflessione.
C’è “qualcosa” nel prete che pone domande dentro e fuori i perimetri ecclesiali.
Anche chi ha un’altra fede, anche chi non crede ma ama guardare oltre le siepi dell’ideologia e del conformismo si pone alcune domande avvertendo nel prete “qualcosa di altro” a partire dallo stesso celibato che il Papa nella veglia di ieri, 10 giugno, in una straordinaria piazza San Pietro, ha definito “un grande scandalo” rispetto alla cultura dominante perché, ha aggiunto, è come una “anticipazione del futuro”.
Perché quella scelta? Perché quel “sì”? Perché quella vita? Perché quei gesti? Perché quelle parole?
Perche?
Il far nascere e l’ascoltare domande sono un primo movimento del “qualcosa di altro” che è nel prete. Comincia da qui il suo bussare alla porta della coscienza.
Non entra, bussa. Sta alla porta e attende che qualcuno apra.
Non smette di bussare, pur con quella delicatezza e fermezza che Benedetto XVI indica come stile della comunicazione della Chiesa, una comunicazione diversa da quelle che si sperimentano altrove.
Il prete sa che bussa a nome di un Altro.
“Carissimi, noi laici sulle strade del mondo…”.
Anche i preti, in verità, sono sulle strade del mondo.
Il richiamo della strada arriva loro attraverso i laici, giunge forte nella Chiesa dove la comunità, guidata dal sacerdote, nasce e cresce accanto alla Presenza.
Con lo scorrere del tempo prende vita in questo luogo il dialogo tra le parole e la Parola che dà significato e forza al camminare sulle strade del mondo in un confronto permanente tra la fede e la ragione.
È, questo, il frutto di una prossimità matura tra preti e laici che è tanto più feconda quanto più le due identità si pongono al servizio della verità comunicandola non con arroganza ma con premurosa attenzione all’altro perché l’accolga in libertà e con responsabilità.
“Carissimi, noi laici… abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi…”.
Scrivervi non solo alla conclusione dell’Anno Sacerdotale, non solo in qualche occasione particolare, non solo e non tanto con la penna o con la tastiera di un computer.
Scrivervi con la fatica di ogni giorno per condividere la misura alta delle scelte quotidiane a partire da quella di chi mette senza riserve la propria vita nella mani di Dio dicendo, così, che solo da questo gesto radicale nasce ogni altro autentico gesto d’amore.
“Carissimi, noi laici… mentre l’Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione”.
L’Anno si chiude, un soffio di tempo si esaurisce e si incastona nell’eternità.
Ed è per il richiamo all’incontro tra finito e infinito che dai laici viene il grazie ultimo al prete.
A questo richiamo che avviene, con parole e gesti, nei momenti più belli come in quelli più dolorosi della vita, nessuno rimane indifferente, neppure chi non crede.
Soprattutto nei momenti del perdono, quando la misericordia cancella la miseria con le parole e il gesto del prete che sono le parole e il gesto dell’Altro.
“Carissimi, noi laici…”.

Paolo Bustaffa

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