Servire con simpatia

La prolusione del card. Bagnasco

"La Chiesa non porta avanti se stessa, ma serve l’uomo con la simpatia di Dio". Così il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha sintetizzato la "missione della Chiesa", aprendo il 24 maggio la 61ª assemblea generale della Cei, in corso in Vaticano fino al 28 maggio. La "felicità piena" della Chiesa, che viene da Cristo, "non viene meno anche a fronte dei nostri tradimenti", ha esordito il cardinale, secondo il quale la missione della Chiesa consiste nel "dire all’uomo contemporaneo, talora frastornato e triste, che nessuno è orfano, che non si tratta di una scintilla che nel buio si accende per subito spegnersi; che nessuno è capitato per caso in un cosmo senza destino. Vogliamo dire, senza presunzione o arroganza ma con la convinzione e la simpatia dei messaggeri, che tutti siamo pellegrini verso la Patria vera – la vita eterna − dove vedremo il Dio dell’Amore amato faccia a faccia, nella beatificante comunione di tutti i viventi". (Il testo integrale della prolusione è disponibile su Agensir.it – sezione "Documenti"; per scaricarlo: clicca qui).

Il dramma della pedofilia. La Chiesa italiana – ha assicurato il cardinale – ha affrontato e affronta la questione della pedofilia attraverso l’"inderogabile compito di fare giustizia nella verità, consapevoli che anche un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie se il responsabile è un sacerdote". "In nessuna stagione", le parole del cardinale, "la Chiesa ha inteso sottovalutare" il "dramma della pedofilia", e l’episcopato italiano ha "prontamente recepito" le "direttive chiare e incalzanti che da tempo sono impartite dalla Santa Sede", improntate alla "determinazione a fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta accertati i fatti". In concreto, la Chiesa italiana ha intensificato "lo sforzo educativo nei riguardi dei candidati al sacerdozio e il rigore del discernimento servendosi anche delle migliori acquisizioni delle scienze umane, la vigilanza per prevenire situazioni non compatibili con la scelta di Dio e la dedizione al prossimo, una formazione permanente del clero adeguata alle sfide". Quanto ai casi accertati, l’intento è quello di "dare sempre seguito alle disposizioni della legge civile" arrivando fino alla "rapida dimissione dallo stato clericale", per i casi più gravi. "L’opinione pubblica come le famiglie – è il messaggio centrale del card. Bagnasco – devono sapere che noi, Chiesa, faremo di tutto per meritare sempre, e sempre di più, la fiducia che generalmente ci viene accordata anche da genitori non credenti o non frequentanti. Non risparmieremo attenzione, verifiche, provvedimenti; non sorvoleremo su segnali o dubbi; non rinunceremo a interpretare, con ogni premura e ogni scrupolo necessari, la nostra funzione educativa".

Vivere, non vivacchiare. Oggi serve "una generazione di adulti che non fuggano dalle proprie responsabilità perché disposti a mettersi in gioco, a onorare le scelte qualificanti e definitive, a cogliere la differenza abissale tra il vivere e il vivacchiare". Soffermandosi sul tema principale dell’assemblea dei vescovi – gli Orientamenti pastorali 2011-2020, incentrati sulla dimensione educativa – il cardinale ha affermato che il compito degli adulti consiste nel "superare incertezze e reticenze, per recuperare una nozione adeguata di educazione che si avvicini alla paideia, cioè ad un processo formativo articolato ma mai evasivo rispetto alla verità dell’essere, ad una capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ad una concreta disciplina dei sentimenti e delle emozioni". Come dimostrano anche alcuni gravi episodi di cronaca, quella attuale è "una situazione in cui il vuoto di valori sfocia immediatamente, senza più stadi intermedi, nel disagio se non nella disintegrazione sociale". In questo contesto, "l’impegno ad educare è decisivo sotto il profilo non solo ecclesiale, ma anche storico, sociale e politico".

L’unità d’Italia è una conquista. "L’unità del Paese resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti". È la posizione dei vescovi italiani sull’imminente 150° anniversario dell’unità d’Italia. Tale anniversario, ha spiegato il card. Bagnasco, "è significativo non perché l’Italia sia un’invenzione di quel momento, ossia del 1861, ma perché in quel momento, per una serie di combinazioni, veniva a compiersi anche politicamente una nazione che da un punto di vista geografico, linguistico, religioso, culturale e artistico era già da secoli in cammino". "A nessuno è certamente ignoto – ha puntualizzato il presidente della Cei – che cosa comportò il realizzarsi del disegno di uno Stato finalmente unitario per la Chiesa cattolica". Riferendosi alle "annose traversie" della "questione romana", il card. Bagnasco ha osservato che "a nessun altro popolo è stato domandato, in termini storici, ciò che è stato richiesto al popolo italiano. Ma anche nessun altro popolo ha ricevuto, in termini spirituali e culturali, quello che ha ricevuto e riceve l’Italia". Lo stesso presidente Napolitano non ha esitato a riconoscere "il grande contributo che la Chiesa e i cattolici hanno dato, spesso pagandone alti prezzi, alla storia d’Italia e alla crescita civile del Paese". "Superare le contrapposizioni che residualmente affiorano – ha spiegato il cardinale – significa accettare che l’unità è stata soprattutto il coronamento di un processo ardito e coerente, l’approdo ad un risultato assolutamente prezioso, che impone tuttavia a ciascuna componente un’autocritica onesta e proporzionata alla quota di fardello caricato sul passo comune". È "l’interiore unità" e la "consistenza spirituale del Paese" ciò che preme ai vescovi, che si dicono "certi" che "i credenti in Cristo continueranno a sentirsi, oggi come ieri, oggi come nel 1945 all’uscita dalla guerra, oggi come nel 1980, nella fase più acuta del terrorismo, tra i soci fondatori di questo Paese". Di qui l’auspicio che i 150 anni dall’unità d’Italia "si trasformino in una felice occasione per un nuovo innamoramento dell’essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale". "Niente, nel bagaglio che ci distingue, può essere così incombente da annullare il nostro vincolo nazionale", ha ammonito il presidente della Cei, secondo il quale occorre, nello stesso tempo, "essere lucidi" quanto allo "strumento" moderno dello Stato che, "per i compiti oggi esigiti, va non solo preservato ma affinato e reso sempre più efficiente". Per questo "servono visioni grandi", a partire dalla capacità di "alimentare la cultura dello stare insieme", vincendo "paure o resistenze".

"Rettificare" la sentenza sul Crocifisso. Una sentenza "discussa", accolta "con lo stupore dell’incredulità", in quanto frutto "di un malinteso senso della laicità". Così il card. Bagnasco ha definito la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo sull’esposizione del Crocifisso nelle scuole italiane. Tale dispositivo, secondo i vescovi, "è segnale del tentativo di affermarsi di un’interpretazione della laicità stessa preclusiva del fatto religioso, che verrebbe relegato nel privato, avendo negata ogni visibilità sociale, quale presunto fattore di divisione". "Tutto il contrario di ciò che positivamente il Crocifisso è", il commento del card. Bagnasco. Di qui l’auspicio di "una lungimirante rettifica" in sede di ricorso nel prossimo mese di giugno, "in forza anche delle ragioni che in modo autorevole e competente sono state espresse in diverse sedi, essendosi trattato di un pronunciamento che non solo contraddice la giurisprudenza consolidata della stessa Corte, ma trascura del tutto – fino a negarle – le radici iscritte nelle Costituzioni, nelle leggi fondamentali sulla libertà religiosa e nei Concordati della stragrande maggioranza dei Paesi membri". La presenza del Crocifisso nei luoghi pubblici, ha puntualizzato inoltre il card. Bagnasco, "risale, per l’Italia, alla stagione risorgimentale e non certo come fatto confessionale ma come elemento fondato sulla tradizione religiosa e sui sentimenti del popolo italiano".

No al "suicidio demografico". "L’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico: oltre il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli, e tra quelle che ne hanno quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli". Questo il grido d’allarme del card. Bagnasco, che ha indicato "due realtà fondanti e strutturalmente strategiche": la famiglia e il lavoro. Per la Cei, il matrimonio tra un uomo e una donna – su cui è fondata la famiglia – è un "bene inalterabile" che "va difeso e continuamente preservato quale crogiuolo di energia morale, determinante nel dare prospettive di vita al nostro presente". Gli "scenari preoccupanti" attuali e le previsioni non incoraggianti "sotto il profilo sociale e culturale" manifestano, dunque, l’urgenza di "una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale". Di qui l’appello della Cei ai responsabili della cosa pubblica "affinché pongano in essere iniziative urgenti e incisive": "Proprio perché perdura una condizione di pesante difficoltà economica, bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali nuovi e coerenti con le analisi fatte", a partire dal quoziente familiare". La Chiesa, da parte sua, si impegna a livello pastorale "per radicare ancor più la coscienza dei figli come doni che moltiplicano il credito verso la vita e il suo domani".

"Riforme" sul lavoro. "Il protrarsi della crisi economica mondiale si sta rivelando sorprendentemente tenace", e "i provvedimenti ultimamente adottati in sede comunitaria hanno, da un lato, arrestato lo scivolamento verso il peggio, dall’altro, però stanno imponendo nuove ristrettezze a tutti i cittadini". Dinanzi a questo scenario, la Cei – tramite il card. Bagnasco – lancia un appello ai "responsabili di ogni parte politica" a "voler fare un passo in avanti, puntando ad un responsabile coinvolgimento di tutti". Il lavoro "spesso oggi latita", la denuncia del cardinale, "creando situazioni di disagio pesante nell’ambito delle famiglie giovani e meno giovani, in ogni Regione d’Italia, e con indici decisamente allarmanti nel Meridione". Per questo i vescovi chiedono "un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese: politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti". La Chiesa, da parte sua, "fa tutto ciò che può inventando anche canali nuovi di aiuto, ma è ovviamente troppo poco rispetto ai bisogni". "L’uscita dalla crisi non significherà nuova occupazione", per questo occorre "procedere, senza ulteriori indugi, a riforme che producano crescita", per "potenziare le piccole e medie industrie, metterle in rete, qualificare il settore della ricerca e quello turistico, potenziare l’agricoltura e l’artigianato, facilitare il mondo cooperativistico".

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