Le “tre piste”

Il Sinodo nel suo contesto geopolitico e pastorale

Il prossimo Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, che si svolgerà in Vaticano, dal 10 al 24 ottobre, sul tema "La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza", toccherà la realtà di 14 milioni di cristiani, che vivono in mezzo a 330 milioni di abitanti di Paesi arabi e non arabi di una vasta area geografica che va dall’Egitto alla Turchia, dall’Iran a Israele, dai Paesi del Golfo, fino all’Iraq, il Libano, la Siria, la Giordania, la Palestina e Cipro. Due gli obiettivi dell’assemblea: "Confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità attraverso la Parola di Dio e i Sacramenti; ravvivare la comunione ecclesiale tra le Chiese sui iuris, perché possano offrire una testimonianza di vita cristiana autentica". A parlare del Sinodo a 140 religiosi e religiose della sua diocesi è stato, nei giorni scorsi, mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme.

Problemi da affrontare. "L’emigrazione, le conversioni all’Islam, la crescita dell’Islam politico e la mentalità del ghetto": sono questi, per mons. Shomali, i principali problemi che le comunità cristiane del Medio Oriente devono affrontare oggi. L’esodo dei cristiani rappresenta la maggiore preoccupazione per le Chiese. "L’emigrazione – ha spiegato il vescovo – indebolisce il tessuto cristiano ma ha anche aperto gli occhi ai musulmani moderati che vedono in questo esodo un impoverimento della società araba e la perdita di elementi moderati. Molti leader politici e religiosi palestinesi considerano la partenza dei cristiani una perdita per tutti i palestinesi che pone faccia a faccia l’estremismo ebraico e quello musulmano. I cristiani, poi, sono un elemento moderato che attira la simpatia dell’Occidente sulla questione palestinese. Senza dimenticare che in passato i cristiani del Libano, dell’Egitto, della Siria, della Palestina, hanno partecipato allo sviluppo delle loro società". Altro nodo da sciogliere è quello legato alle "conversioni all’Islam". "È vero – ha affermato mons. Shomali – che sono i pochi i cristiani che diventano musulmani, ma dato il ridotto numero dei nostri fedeli, anche questo conta. In Egitto si parla di 15 mila ragazze cristiane che si convertono ogni anno per ragioni matrimoniali. Casi analoghi si registrano anche in Palestina e Giordania. Ogni volta è un dramma per la famiglia che considera la conversione un tradimento verso la religione e verso i familiari stessi. Nella maggioranza dei casi la giovane è considerata persa poiché non ha più relazioni con la famiglia". La conversione, ha poi spiegato il vescovo, non riguarda solo le giovani "ma anche i lavoratori stranieri nei Paesi del Golfo. Per continuare a trovare lavoro la conversione all’Islam aiuta enormemente. Solo nel piccolo emirato del Dubai, nel 2008, sono stati 2.763 gli uomini e le donne, di 72 nazionalità diverse, passati all’Islam". A questo si aggiunge "la crescita dell’Islam politico", fenomeno che "si ripercuote sulla regione e sulla situazione dei cristiani nel mondo arabo". Questo Islam politico "vorrebbe imporre un modo di vita islamico alle società arabe, turche o iraniane e a tutti coloro che vi vivono, musulmani e non musulmani". Di fronte a questa situazione, mons. Shomali ha avvertito del rischio, citato già nei "Lineamenta", che i cristiani cadano "in un atteggiamento ghettizzante. Dobbiamo rafforzare la fede dei nostri fedeli e così pure i legami sociali e di solidarietà".

Tre piste. "Formare i cristiani perché leggano e vivano la Parola di Dio, perché si aprano al perdono, alla riconciliazione con l’altro, e perché considerino la loro presenza in questa regione una vocazione e non una fatalità". Sono queste, per mons. Shomali, le "tre piste" che la Chiesa propone per dare soluzione ai problemi sofferti dalle comunità cristiane mediorientali. "La prima: formare i cristiani a leggere e a vivere la Parola di Dio. Bisogna fare molti sforzi per introdurre e preparare la gente alla lettura e alla meditazione della Bibbia. Una parte del successo riscosso dalle sette viene proprio dal loro contatto con la Parola di Dio, dal fatto che si presentano dappertutto come comunità ferventi". Seconda pista: "formare i cristiani al perdono, alla riconciliazione e all’apertura agli altri" anche e soprattutto alla luce dei conflitti nella regione mediorientale "che producono odio implacabile e rancori". La soluzione, per mons. Shomali, "non consiste nelle rappresaglie, ma nel dialogo e nel perdono". Terza pista: aiutare i cristiani "a considerare la loro presenza in Medio Oriente come una vocazione e non come una fatalità. Essi sono chiamati ad essere testimoni di Cristo nei luoghi in cui vivono. Emigrare dai loro Paesi di origine sarebbe come sfuggire alla realtà. La loro partenza indebolirebbe il piccolo resto, che cercherebbe di andarsene. Il Vangelo deve essere portato anche nelle difficoltà e nelle persecuzioni". "Le Chiese orientali – ha concluso – hanno bisogno di essere al passo con i tempi per poter così meglio rispondere alle necessità dei fedeli di oggi".

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