Un’Europa impigliata

Nell'ultimo numero di Études una rilettura della storia dell'Ue

Un’Europa “à la carte”: dei 27 Paesi solo 16 sono membri del gruppo euro, 18 dello spazio Schengen, tre hanno delle eccezioni per l’applicazione della Carta dei diritti fondamentali e due per la politica sociale, la giustizia e la polizia. È la fotografia dell’odierna Unione europea, scattata da padre Pierre de Charentenay, direttore di Études, mensile di cultura contemporanea dei gesuiti di Francia. In occasione del 60° della Dichiarazione di Schuman, nel numero di maggio padre de Charentenay ripercorre la parabola nata dalla “intuizione di Robert Schuman” che ha lanciato “il 9 maggio 1950 il processo di federalizzazione degli Stati europei”, e conclude che oggi “l’Europa è decisamente impigliata nelle sue nazioni”.Un’Europa senza sentimenti. Nella rilettura della storia europea, avverte il gesuita, occorre tenere conto della “lunga lista di eccezioni e deroghe accordate ai diversi Paesi”, delle “reticenze multiple”, e più in generale della “resistenza dei popoli europei alla federalizzazione” del continente legata, in particolare, alla loro capacità di “percepire l’interesse di delegare una parte di sovranità ad un’entità sovranazionale che stabilisca regole comuni per i diversi Paesi”. Il sistema comunitario, spiega de Charentenay, “è proprio un’autentica delega di sovranità”, ma “i popoli resistono a questo progetto”. Nonostante i “numerosi elementi comuni sotto forma di testi, trattati, ora anche di un trattato costituzionale”, i “simboli europei come la bandiera e l’inno”, e la moneta comune che “ha avvicinato i popoli, ancorché più in senso tecnico che culturale”, manca ancora “un’adesione affettiva ed emotiva, capace di mobilitare le energie di ognuno fino a donare la vita come la si donerebbe per la propria patria”. Secondo il religioso l’Europa “è una costruzione razionale. Ma l’essere umano non è fatto solo di ragione: ha anche stati d’animo, memorie e sentimenti” e questi ultimi “hanno bisogno della storia più che della ragione”.Quale “governance”? Se “il grande allargamento del 2004 è stato una necessità”, il passaggio da 15 membri a 25 e poi a 27 non “è avvenuto senza conseguenze” e “cambiamenti degli equilibri e dei poteri”, mentre rimane l’incognita sui successivi ampliamenti e sui “futuri confini del territorio” che non si fermeranno ai Balcani giacché, osserva de Charentenay, “la Turchia è già in lista d’attesa”. Per il giornalista, l’Ue “è macchiata dal peccato originale di rifiutare il dibattito sui propri confini” e continua ad allargarsi “senza sapere dove va”. Ulteriore nodo critico la necessità di ridefinire la “governance europea” secondo un sistema caratterizzato da “una negoziazione permanente tra i diversi Paesi a partire dall’acquis comunitario” che ne costituisce “la base comune”. Il Trattato di Lisbona, secondo l’esperto, “ha in realtà complicato l’organigramma dell’Unione”: van Rompuy “presiede il Consiglio europeo, mentre il presidente della Commissione rimane il capo dell’istanza d’iniziativa e la rotazione della presidenza” conferisce all’esecutivo del Paese di turno “un ruolo determinante nella politica europea”. “Eccoci insomma – osserva de Charentenay – con tre presidenti dell’Unione che devono negoziate tra loro”. Quanto alla politica estera, si interroga: “Chi rappresenta l’Europa? Il presidente del Consiglio europeo, il presidente della Commissione che partecipa al G20 o l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione e vicepresidente della Commissione europea, lady Ashton?”. Crisi e scenario internazionale. Ad avviso del gesuita “è in corso una difficile fase di rodaggio per sapere chi decide cosa e come, ma l’Unione appare impigliata nelle sue istituzioni” e “costantemente sottomessa ai cambiamenti di maggioranza nei Paesi membri”. Pertanto gli equilibri “sempre fragili tra nord e sud, tra piccoli e grandi Stati sono in ogni istante rinegoziabili”. Tuttavia l’Ue prosegue il suo cammino affrontando al presente “gli effetti della crisi finanziaria del 2008 e le sue conseguenze, come la crisi greca, che rivelano la profondità dei problemi interni e la paralisi del sistema”. Mentre si parla della “necessità di un governo economico per sostenere tutti i Paesi membri dell’euro”, appare anche la profondità della “crisi politica e dei disaccordi tra gli Stati” che sembrano soprattutto “gestire i propri interessi, ognuno per sé, temendo di perdere qualche vantaggio”. Per de Charentenay non va meglio sulla scena internazionale dove definisce “deludenti” i risultati dell’azione comune di fronte alle crisi. Dopo “l’occasione mancata” alla conferenza di Copenhagen, “l’Unione – rileva – non ha alcun peso nella crisi israelo-palestinese; non è stata presente ad Haiti” ed è irrilevante “di fronte alla Cina”. Nelle grandi istituzioni internazionali come il Fondo monetario o la Banca mondiale, aggiunge inoltre il gesuita, “ogni Paese vuole mantenere il proprio seggio, mentre un unico negoziatore avrebbe molto più peso”. Insomma, conclude, “gli Stati vogliono conservare il centro della scena, soddisfatti di una governance frammentata e totalmente inefficace. L’Europa è decisamente impigliata nelle sue nazioni”.

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy