I genitori raccontano

Il giorno in cui il figlio...

Nell’Anno Sacerdotale che sta per concludersi (11 giugno 2010), oltre a quelle di preti, esperti, educatori, responsabili di seminari e vescovi abbiamo raccolto le voci dei genitori di cinque sacerdoti delle diocesi di Venezia, Roma, Milano e Catanzaro-Squillace.

Venezia: la mamma chierichetto
“Un fulmine a ciel sereno”. Così Vittoria Perini ricorda a distanza di 41 anni l’annuncio del figlio undicenne al ritorno da un soggiorno estivo con la parrocchia: “Voglio farmi prete”. “Ma come può un bambino di 11 anni con l’argento vivo addosso e che ne combina di tutti i colori rinchiudersi in seminario? È troppo piccolo”, si chiedeva preoccupata la madre di mons. Valter, vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi del patriarcato di Venezia. “È il bambino che ha bisogno della mamma o e la mamma che ha bisogno del bambino?”: questa domanda del vicerettore del Seminario patriarcale della Salute mette fine a ogni obiezione e Valter entra nell’Istituto. “Ero molto preoccupata – racconta la signora Vittoria – perché pensavo che la vita di un sacerdote fosse segnata da solitudine e responsabilità a volte troppo onerose”. Pragmatico il padre Vilfrido: “Intanto studia, poi si vedrà”. Passano gli anni e quando Valter ne compie 23 la mamma gli chiede: “Ma sei sicuro della tua scelta? Hai pensato alle difficoltà che potrai incontrare?”. “Mamma – replica il figlio – tu e il papà non avete mai avuto problemi? Se avrò delle difficoltà, come le avete superate voi le saprò superare anch’io. Per favore non farmi mai più domande simili”. Il giorno dell’ordinazione il padre dice al neosacerdote: “Hai deciso di intraprendere questa strada; ora percorrila fino in fondo e nel migliore dei modi”. E oggi che cosa vuol dire avere un prete in famiglia? “Qualche anno fa ci ha colpito un grave lutto” risponde mamma Vittoria: la morte prematura della figlia Annamaria, madre di due giovanissimi figli. La signora Vittoria rammenta di avere alternato momenti in cui era “arrabbiatissima con Dio” ad altri in cui si sentiva “disperata e in colpa per non avere pregato abbastanza”. “Dio non si dimentica delle sue creature – le dice il figlio -. Annamaria è ancora con noi attraverso i suoi figli che ora hanno bisogno di te”. Così per un certo periodo la madre del sacerdote si divide tra la propria casa di Venezia e quella di Padova dove vivono il genero e i nipoti. Mamma Vittoria pensa anche alle messe mattutine con il figlio. “La sera che precede una giornata piena di impegni o alla vigilia di un viaggio, Valter mi dice: ‘Mamma, ti aspetto domattina alle 6 nel mio studio’. Siamo solo noi – racconta con emozione – lui celebra e io faccio da chierichetto”. “Aveva ragione Valter – concludono i genitori – continua a vivere il suo ministero con l’entusiasmo di quando era ragazzo e noi siamo molto orgogliosi della sua scelta perseguita con tanta determinazione e perseveranza e da noi certamente non sostenuta, anzi!”.

Roma: sette su nove
Pio e Anna Maria Manelli hanno avuto 9 figli: due di loro, Giovanni e Settimio, sono sacerdoti, entrambi dell’Ordine dei francescani dell’Immacolata; le cinque figlie sono religiose del ramo femminile della stessa congregazione. “Se i nostri figli dispongono della loro vita per la maggior gloria di Dio – affermano Pio e Anna Maria -, dobbiamo solo gioire perché i figli sono doni di Dio e ‘beato chi ne ha piena la faretra’, e quindi ancor più cari se vivono per la maggior gloria di Dio”. “Abbiamo sempre considerato e stimato la vita dell’uomo degna di essere vissuta quando si cerca Dio – spiegano -. Perciò quando i nostri figli hanno scelto di dedicare a Dio la propria intelligenza, la propria volontà, la propria castità, tutto l’avvenire e l’entusiasmo proprio di una giovane vita, non abbiamo potuto che approvare pienamente e gioire di questa scelta d’Amore verso Dio e verso tutta l’umanità. Ci piace ricordare questo pensiero di san Giovanni Bosco: ‘L’uomo non sa quale grande gioia sia avere un figlio consacrato!'”. Certo, proseguono, “il cammino verso il sacerdozio si compie attraverso la porta stretta, noi li abbiamo sempre esortati a perseverare nel cammino intrapreso, obbedendo ai dieci Comandamenti, seguendo fedelmente il Magistero della Chiesa e l’insegnamento del Papa. Naturalmente il nostro impegno più grande verso di loro è stato quello di assisterli con le nostre preghiere affinché diventassero veramente testimoni vivi di Gesù”. Pio a Anna Maria si dicono “sempre più convinti che la scelta di diventare sacerdote sia la migliore che un giovane possa fare oggi, purché ci sia una vocazione autentica”.

Milano: tutte le settimane una lettera
“Io e Arturo abbiamo sempre pregato tanto per sostenere la vocazione di nostro figlio Matteo. Oggi forse c’è ancora più bisogno di preghiera perché essere prete di questi tempi forse è più difficile che anni fa”: a parlare è Linda Crimella, madre di don Matteo, prete della diocesi di Milano, che insegna teologia al seminario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Monza e svolge una collaborazione pastorale presso la parrocchia di S. Maria Annunciata in Chiesa Rossa. Don Matteo ha 41 anni, ha conseguito un dottorato in scienze bibliche ed è docente di esegesi del Nuovo Testamento. Scrive per varie riviste, tiene conferenze e corsi di esercizi. “Il prete – dice ancora la madre – deve avere la sua perseveranza, e noi genitori lo aiutiamo come possiamo, soprattutto con la preghiera. Quando era in seminario io avevo l’abitudine di scrivergli una lettera tutte le settimane. L’ho fatto per anni, da quando è entrato al seminario minore a Merate, e poi nei suoi passaggi al ginnasio di Seveso, al liceo di Venegono. Ho scritto di meno quando è passato alla teologia a Saronno e Venegono. Mi sembrava l’unico modo per stargli vicino come madre, dicendogli quello che mi stava a cuore”. Mamma Linda si rammarica perché – dice – “per seguire lui, che andavamo a trovare tutte le domeniche in seminario, forse abbiamo un po’ trascurato le altre due figlie, Anna e Marta. Però lui era solo e lontano e quindi pensavamo che fosse giusto così”. Oggi entrambi i genitori hanno 67 anni, sono pensionati e sono felici di avere avuto un figlio prete. “Pensando a quanto è successo in questo Anno sacerdotale – dice ancora la madre – vuole dire che il Signore ha permesso che venissero fuori queste cose, per purificare la Chiesa proprio nell’anno dedicato ai preti. Vorrà dire che così è bene per tutta la Chiesa”.

Catanzaro-Squillace: ho fatto “l’avvocato del diavolo”
“La sua scelta è stata molto precoce. È avvenuta dopo aver frequentato la scuola media a Sersale (Cz) ed aver ottenuto la licenza media. In quel momento ha chiesto di frequentare il Seminario diocesano a Catanzaro”. Inizia così la testimonianza di Michele Scarpino, padre di don Giovanni, sacerdote della diocesi di Catanzaro-Squillace, parroco a Catanzaro e cancelliere vescovile. “Sin da bambino – prosegue il padre – frequentava assiduamente la parrocchia locale ed era molto impegnato nelle attività parrocchiali. All’inizio io ero restio e ho cercato di dissuaderlo dalla scelta mentre mia moglie si è detta subito d’accordo. Da genitore responsabile ho cercato di fare l’avvocato del diavolo cercando di capire le sue vere intenzioni. Ma lui è stato molto tenace e perseverante nella sua scelta che porta avanti con orgoglio e determinazione. Ho pure io, quindi, accettato la scelta: la libertà è un bene imprescindibile ed irrinunciabile, e adesso sono contento”. Il signor Michele ricorda un particolare significativo: “A Sersale erano presenti – fino al 1994 – alcune suore dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Ivrea che gestivano un asilo parrocchiale e promuovevano corsi di cucito e altro. Erano molto riservate e non si vedevano in giro per le strade del paese. Erano sempre in parrocchia o all’asilo. Due giorni dopo la nascita di mio figlio sono venute a casa mia per salutare questa nascita. Giovanni è il terzo di quatto figli: suor Natalia – la superiora – appena entrata in casa disse a mia moglie: ‘Questo figlio lo devi offrire a Gesù’. E così è stato”. “Durante il suo percorso formativo per preparasi al sacerdozio – prosegue papà Michele – lo abbiamo aiutato e sostenuto in tutto facendo il possibile perché portasse a termine gli studi e realizzasse il suo sogno. Oggi Giovanni è molto impegnato sia in Curia sia in parrocchia: una attività intensa e proficua a favore della Chiesa. Io lo vorrei sentire più vicino ma non è possibile per i suoi impegni a Catanzaro e in diocesi”.

Roma: da tecnico che era…
“Quando era piccolino e manifestava il desiderio di fare il chierichetto, servire messa, stare in chiesa, non ci pensavamo, anche se qualche catechista ci aveva detto che poteva diventare prete. Poi è successo davvero!”: così Filomena Cola racconta la singolare vocazione del figlio Andrea, il quarto, con due altri fratelli e una sorella più grandi di lui. Don Andrea, infatti, è uno tra i più giovani preti romani (25 anni), ordinato lo scorso anno in anticipo sui tempi, e oggi in servizio alla parrocchia S. Giuda Taddeo ai Colli Albani. “Andrea si è diplomato come tecnico industriale, ha studiato anche informatica e poi, a 18 anni, ha espresso la volontà di entrare in seminario. Ha sempre studiato volentieri, ha sempre collaborato in parrocchia – spiega la mamma che, insieme al papà Gilberto, ora da pensionati si dividono tra i quattro nipotini e il figlio prete in alcuni impegni e momenti pastorali -. Certo anche i suoi compagni all’inizio erano rimasti stupiti della notizia, ma poi lo hanno sostenuto, seguito e anche consigliato. Sono rimasti molto amici, si vedono spesso, quando don Andrea può, perché gli impegni in parrocchia sono tanti”. “Il fatto di avere un figlio prete è bello – dice ancora la madre – perché questo ha contribuito a stimolare tutti in famiglia a prendere più seriamente la religione. Poi, visto che lui è contento della scelta fatta lo siamo tutti. Certo oggi essere preti è difficile. Bisogna aiutare i preti perché fanno un servizio importante e lo fanno col cuore”.

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