Cosa ci aspetta?

Un futuro difficile ma non catastrofico

Il fine settimana del 7-9 maggio 2010 entrerà nella storia dell’Unione europea. Prima i capi di Stato e di Governo, poi i governatori delle Banche centrali, infine i ministri dell’Economia e delle Finanze hanno dato vita ad una successione ininterrotta di vertici per decidere in poche ore come rispondere alla più seria minaccia che sia mai stata portata alla stabilità dell’Euro e alla prosperità economica dell’Europa. La decisione della Commissione europea di creare un fondo pari a 60 miliardi di euro per garantire prestiti ai Paesi in difficoltà, accompagnato dalla previsione di mettere in campo fino a 440 miliardi di euro da parte dei singoli Paesi sotto forma di prestiti bilaterali, dovrebbe mettere calma sui mercati, almeno per un po’. Se a questo si aggiunge che la Banca centrale europea si è dichiarata pronta ad acquistare sul mercato secondario i titoli dei Paesi sotto attacco, sterilizzando gli effetti di questi acquisti per mantenere invariata la quantità di moneta in circolazione e quindi l’inflazione, si capisce che siamo di fronte ad una batteria di strumenti difensivi, di fronte ai quali la speculazione non può che battere in ritirata.
Tuttavia è chiaro a tutti che vincere una battaglia non significa vincere la guerra. Il cammino che l’Europa e i singoli Paesi che la compongono devono fare è molto lungo e si preannuncia anche molto difficile. Quella che è iniziata nell’agosto 2007 ed è deflagrata un anno dopo, con il fallimento di Lehman Brothers, non è una crisi come tutte le altre. Nulla sarà come prima. Gli aggiustamenti che tutti saremo chiamati a fare saranno dolorosi. Non c’è Paese al mondo che oggi può dirsi escluso da questa necessità, per quanto la propaganda interna possa indurre ancora comportamenti strategici di corto respiro, come quello – tanto per citare l’ultimo – tenuto dalla Gran Bretagna durante le scorse ore, con il rifiuto di partecipare al salvataggio dei Paesi in difficoltà.
Dunque, cosa ci aspetta ora? Nel brevissimo termine sicuramente avremo una riforma del Patto di stabilità, le cui contraddizioni hanno permesso alla speculazione di trovare nell’Euro una facile preda. Infatti, avendo creato un’Unione monetaria senza unire le politiche fiscali, i Paesi di Eurolandia hanno offerto il fianco alla speculazione, non appena è diventato evidente che i soci più deboli avessero un problema di solvibilità. Abbiamo bisogno di un Patto di stabilità che non guardi soltanto all’andamento delle finanze pubbliche ma anche all’indebitamento del settore privato e alla posizione debitoria complessiva con l’estero, cioè alla competitività dei singoli Paesi. La considerazione complessiva da parte dei mercati di questi tre fattori spiega perché la Grecia è stata punita e Spagna e Portogallo minacciati, mentre altri non sono stati toccati. Guardando solo alla situazione dei conti pubblici, l’Italia per il debito, il Regno Unito, l’Irlanda e la stessa Francia per il deficit sarebbero state sotto attacco. Questo non è avvenuto perché in questi casi il risparmio privato ha garantito un’adeguata copertura all’indebitamento pubblico e la posizione competitiva di questi Paesi non è apparsa così drammatica, come quella di Grecia, Spagna e Portogallo.
Tuttavia, il fatto che come Italia non siamo messi così male, non ci esenta da ogni rischio. Il nostro debito pubblico elevato va aggredito alla radice, per evitare che situazioni come queste possano demolire in un baleno anni di progresso economico. Per farlo, non basta agire sul fronte delle finanze pubbliche, che pure devono garantire un adeguato alto livello di avanzo primario, cioè differenza tra entrate e uscite dello Stato. Bisogna soprattutto far sì che l’economia ricominci a crescere ad un livello consono alle nostre possibilità. Abbiamo bisogno di riforme serie e profonde, molte delle quali non costose in termini economici ma non facili per i tornaconti elettorali dei partiti: liberalizzazioni delle professioni, dei servizi pubblici locali, incentivazione del merito nella Pubblica Amministrazione, riforma della giustizia civile, una regolamentazione dei mercati più moderna che si accompagni all’uscita della politica da tutte le attività di mercato. Come si vede, si tratta di una rivoluzione, innanzitutto culturale. Senza di questa, l’Italia non diventerà un Paese normale ma rimarrà il malato cronico d’Europa, troppo grande per essere salvato da chiunque e quindi destinato a soccombere al primo raffreddore serio.

Nico Curci
economista

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