Senza riserve

Malaga: omelia del card. Rouco Varela, presidente della Ces

“Aprire i canali della carità di Cristo a quella che è già una moltitudine di nostri fratelli, gli emigranti”. Con queste parole il card. Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid e presidente della Conferenza episcopale spagnola (Ces), si è espresso nella omelia che ha concluso il 1 maggio a Malaga l’VIII Congresso europeo sulle Migrazioni. L’incontro che su iniziativa del Ccee ha riunito per tre giorni nella città dell’Andalusia una cinquantina di partecipanti, ha affrontato con una riflessione realistica e minuziosa, la problematica della migrazioni in Europa, nella prospettiva e alla luce dell’antropologia cristiana. L’arcivescovo di Madrid ha esortato le Chiese d’Europa a fare in modo che la vita degli immigrati e quella delle loro famiglie “si sviluppino con quel minimo di benessere che è proprio della dignità umana, in condizioni più propizie di quelle che riescono a ottenere nei loro paesi di provenienza”. Presentiamo di seguito un ampio stralcio dell’omelia.L’approccio. La “visione” delle Chiese riguardo al fenomeno delle migrazioni – ha detto l’arcivescovo di Madrid – è d’importanza decisiva se si vogliono indovinare le misure politiche e giuridiche che, nella prospettiva della dignità della persona umana e dei suoi diritti fondamentali e guardando al bene comune, servano a mettere in luce il problema e risolverlo con senso di giustizia e di solidarietà, creando lo spazio sociale, culturale, spirituale e religioso dovuto affinché possa agire e realizzarsi “la verità nella carità”. “Questa è la prospettiva che illumina, anch’essa inequivocabilmente, la strada che dovrà seguire la pastorale europea della migrazione nel presente e nel futuro”. Il fenomeno. “Il problema dell’immigrazione in Europa – ha proseguito il card. Rouco – non è nuovo; lo è, però, nella forma attuale in cui si presenta, tanto fortemente condizionato dal contesto del nostro mondo globalizzato. Presenta indubbie caratteristiche, in qualche modo inedite, per la sua complessità socioculturale e per l’impatto qualitativo che produce sui nostri modelli vigenti di società, e non manca di esercitare un’influenza sugli stessi modelli il classico fattore del “numero” o della proporzione quantitativa. Benedetto XVI non esita ad affermare che siamo davanti a un fenomeno sociale che segna un’epoca, che richiede una forte e chiara visione politica basata sulla cooperazione internazionale per affrontarlo nel modo giusto”. Da qui una domanda che è stata al centro dei dibattiti di Malaga: “Come confrontarsi con il problema del multiculturalismo rispettando le culture dei distinti gruppi di migranti e tentando di integrarli nel quadro di un’etica sociale basata sui valori universali della dimensione umana e ad essi ispirata?”. Il compito. Secondo l’arcivescovo di Madrid, “il compito per la Chiesa e per i cristiani in Europa si presenta tanto più esigente e impegnativo, quanto più appare come inseparabile dall’impegno a favore di una nuova evangelizzazione degli stessi europei, dediti in grande misura alle distinte varianti di un laicismo sempre di più incisivo e secolari sta”. L’arcivescovo parla di “deviazione culturale, etica e giuridica”, di “negazione di principio del diritto alla vita dell’essere umano dal momento del concepimento fino alla sua morte naturale”, di “un’inarrestabile crisi demografica che oscura l’orizzonte del futuro dell’Europa”. Quale dunque l’approccio da mantenere nei confronti del fenomeno migratorio? “Il Papa – risponde l’arcivescovo – ci ricorda il criterio che deve dirigerci e orientarci in questo delicato momento, un criterio di elementare etica umana: i migranti non devono essere trattati come qualunque altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che devono essere rispettati da tutti e in qualunque situazione”.Tre impegni. “Essere casa e scuola di Comunione”. “Alla Chiesa in Europa – ha concluso il cardinale – spetta più che mai il compito di sottolineare con le parole e con le opere questo tratto costitutivo” della Chiesa. Nella omelia, il cardinale ha tracciato alcuni impegni conclusivi perché questo stile della Chiesa si realizzi. Il primo: annunciare “”il comandamento nuovo in tutta sua la freschezza ed autenticità pasquale”. Questa “insuperabile forma dell’amore fraterno – ha detto l’arcivescovo – garantisce non solo che vengano soddisfatte le molte esigenze della giustizia propriamente detta”, ma “le supera con atteggiamenti di dono di sé fondato sul sacrificio e sulla gratuità per il bene del prossimo”. Il secondo impegno è accogliere “senza riserva alcuna e con vero spirito cattolico i fratelli venuti da altri paesi e da altre tradizioni ecclesiali, trattandoli come fratelli nella pienezza canonica dei loro diritti ecclesiali, e prestando contemporaneamente con vera sensibilità ecumenica tutta la collaborazione materiale e spirituale ai fratelli appartenenti ad altre Chiese e confessioni cristiane”. Come terzo impegno, il cardinale chiede di aprire “le porte della carità messa in pratica, dell’assistenza legale e sociale, accompagnata da una vicinanza umana, e della formazione civica e culturale a ogni migrante di qualunque religione e di qualunque popolo o regione di provenienza”.

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