Se vince l’incertezza

Non si supera la crisi con la rassegnazione

La festa del lavoro (Primo maggio) giunge quest’anno in un contesto particolare che si può definire d’incertezza. Un’incertezza che rischia di paralizzare tutti, perché deriva sia dall’esterno, dalla situazione economica e politica, sia anche dall’interno di noi stessi: per il lavoro non si sa veramente cosa fare. Un Primo maggio “attendista”, potremmo dire, ma lo stare alla finestra non ha mai veramente pagato.
La dottrina sociale della Chiesa non ha mai dimenticato il tema della centralità del lavoro, “chiave della questione sociale”, e non cesserà di riproporlo anche in questa occasione. Ma il contesto generale sembra orientato in tutt’altro senso. La crisi finanziaria greca produrrà nuova disoccupazione e mette sostanzialmente in crisi il modello europeo che, per quanto riguarda l’economia reale, viaggia a due o anche a più velocità: come possono convivere l’economia tedesca e quella greca? Qualche analista si sbilancia a dire che la crisi greca è solo la punta dell’iceberg e che altre bolle scoppieranno. In ogni caso di una cosa si può esser certi, ossia che ancora una volta il lavoro è passato in secondo piano rispetto alla finanza.
Del resto, la crisi greca non emerge quando la precedente crisi mondiale è già superata, ma proprio nel suo mezzo. Quella crisi era nata proprio nel disprezzo per il lavoro e continua a produrre difficoltà occupazionali molto serie. Il superamento del momento più critico è avvenuto non solo mediante l’intervento degli Stati ma anche perché le imprese hanno ridotto i posti di lavoro. Ed ora che, si dice, il pericolo maggiore è stato superato, le imprese non tornano ad assumere, aspettano con cautela e preferiscono semmai investire in tecnologia, come si fa sempre nei momenti di difficoltà. Ecco perché, se una ripresa s’intravvede, essa non comporta un recupero di occupazione ma continua a nutrirsi di precarietà lavorativa.
Quest’anno la celebrazione del Primo maggio avverrà non solo in piazza San Giovanni a Roma, con il tradizionale concerto, ma anche a Rosarno, dove proprio in questi giorni è stata compiuta un’ampia retata contro gli sfruttatori del lavoro nero dei clandestini, il “caporalato” e la gestione occulta di questi processi da parte delle cosche. Anche davanti a questi fenomeni sembra proprio che il lavoro non solo sia considerato marginale, non solo torni ad essere visto come “merce” – cosa che già la “Rerum novarum” condannava nel lontano 1891 – ma addirittura torni ad essere strumento di compressione dei diritti della persona anziché loro valorizzazione.
Bisogna anche dire, però, che in questa situazione d’incertezza generalizzata non si percepiscono grandi progetti né da parte del governo né da parte dei sindacati. La Fiat ha chiesto più flessibilità per poter rimanere ancora in Italia e, addirittura, per investirci. Flessibilità vuol dire in pratica chiusura di Pomigliano d’Arco. È una strategia imprenditoriale. Ma non si è vista l’emersione di un piano corrispondente da parte dell’esecutivo e gli stessi sindacati coltivano l’incertezza. Per questo, dicevo che incerta è la situazione esterna ed incerta è anche quella interiore, che speriamo non voglia dire rassegnazione.
Ecco, un primo aspetto positivo della centralità del lavoro proposto dalla dottrina sociale della Chiesa è proprio non cedere alla rassegnazione. Il capitale, in ogni sua forma, serve al lavoro perché il lavoro serve alla persona che lavora. Questo Primo maggio non dovrebbe essere celebrato nell’incertezza, ma nella ripresa di una progettualità incentrata sul lavoro. I singoli cercano di arrangiarsi, le famiglie fanno da ammortizzatore sociale, le imprese cercano di competere tirando fuori nuova grinta, ma servono anche progetti di ampio respiro, che non sono possibili se si coltiva dentro e fuori di noi l’incertezza.

Stefano Fontana

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