Finalmente insieme?

Migrazioni e identità europea

Nel sentire comune, i concetti di migrazione e d’identità continuano a non andare a braccetto. Migrare assume il significato di mettere a rischio la propria identità per tentare la sorte lontano da casa, in una sorta di Odissea il cui approdo è in partenza tutt’altro che sicuro. È successo in passato, con le ondate migratorie forzate e volute dall’Africa in America, dal Nord-Africa al Sud-Europa, dall’Europa verso le Americhe e l’Australia, dal Sud-Europa al Nord-Europa. Succede oggi, con i nuovi flussi asiatici e dell’Europa dell’Est. Accoglienza e integrazione, lo vediamo tristemente da almeno due decenni, malgrado gli sforzi inascoltati e silenziosi di molti, appartengono alla sfera dell’eccezione più che a quella della regola.Il tema dell’identità europea – giovane di età se consideriamo i secoli della storia – è divenuto centrale nel dibattito europeo a seguito soprattutto dei ripetuti allargamenti dell’Unione che hanno avuto come inevitabile conseguenza un aumento della migrazione, sia dai nuovi Paesi Ue verso i vecchi sia dai Paesi terzi verso i nuovi. La “cittadinanza europea”, predecessore dell’identità, raramente ha oltrepassato il muro della teoria per divenire pratica tangibile della quotidianità dei cittadini europei.Vuoi per politiche dell’immigrazione quanto meno di dubbia efficacia, vuoi per la debolezza fisica delle frontiere, vuoi per la natura dell’uomo che le frontiere tende ad eluderle (anche a fin di bene), vuoi infine per una oggettiva scelta di vita, non dettata dalla disperazione, di milioni e milioni di persone, la società europea ha cambiato radicalmente volto negli ultimi tempi. Le cosmopolite Londra e Parigi del secolo XIX non sono più le sole, la carta del Vecchio Continente conta ormai migliaia di città, anche medie e piccole, dove l’elevato numero d’immigrati impone con prepotenza la necessità di (ri)definire il concetto d’identità. In maniera ovviamente più allargata, interculturale, accogliente e “integrante”.Per tutti, indigeni e immigrati, la parola d’ordine dovrebbe essere “rispetto e comprensione reciproca”. Laddove messo in pratica, tale “modus vivendi” ha prodotto e produce risultati formidabili. L’identità si alimenta di contributi culturali esterni, che contribuiscono a renderla fonte di arricchimento spirituale per le comunità quando queste ultime sono capaci di soffocare razzismo, rabbia, invidia e violenza a favore dell’integrazione. Il colore, la lingua e la religione – quando diversi – dovrebbero infatti suscitare curiosità, conoscenza, dialogo, scambio.L’identità europea del III millennio non può e non deve più basarsi solo sulla geografia, sul luogo di nascita, sulla storia. I conti vanno fatti con la nuova realtà interculturale, fatta di migrazioni ricche e povere, legali e illegali, integrate e segregate, bendisposte e maldisposte. Che se non trovano un minimo comune denominatore, come ben si vede, scoppiano. Sarebbe perciò inutile negare che per molti pulpiti l’identità europea è minacciata dall’aumento dei visti, dei permessi di soggiorno, dei lavoratori in nero, della delinquenza dei clandestini.La minaccia esiste ma una minaccia ancor più grave è data dal limitarsi a vedere il tema delle migrazioni dal lato negativo e come esclusiva perdita di identità. Il lato negativo va corretto, combattuto e, se nel caso, anche punito. Come si fa o dovrebbe fare con i connazionali. Vi è invece urgenza di allargare il dibattito sull’identità europea ai temi del dialogo, del lavoro d’integrazione casa per casa, della lotta al razzismo ad iniziare dalle scuole. I buoni esempi esistono, facciamone tesoro per far sì che migrazione e identità europea possano finalmente camminare a braccetto.

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