Notizie e scosse

I media cattolici un anno dopo

Quello aquilano è stato, senza dubbio, un “terremoto mediatico”, forse il primo della nostra storia. È così che ad un anno dal sisma il quindicinale dell’arcidiocesi di L’Aquila, “Vola”, ha voluto riunire giornalisti e direttori per cercare di riflettere sul modo in cui il sisma è stato raccontato. “Guardando al ruolo dei media – ha spiegato il direttore di ‘Vola’, don Claudio Tracanna – emergono aspetti contrastanti: da un lato la grande attenzione ha fatto sì che la popolazione ricevesse il sostegno necessario, dall’altro, però, dobbiamo chiederci se in alcuni casi questa attenzione non sia andata oltre, ledendo la dignità delle persone”. Una tavola rotonda, organizzata il 14 aprile, dal titolo “Le notizie e le scosse: i media cattolici, il terremoto, la gente”. “Apprezzo lo sforzo della Chiesa locale – ha detto mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei – di puntare sui media e in particolare sui nuovi mezzi come il web per favorire il contatto tra le persone”. Un tentativo di ricostruire la comunità “favorendo un legame tra Chiesa e territorio” che, secondo don Giorgio Zucchelli, presidente della Fisc (Federazione alla quale aderiscono 186 settimanali cattolici, tra cui anche “Vola”), “è nella vocazione dei settimanali diocesani”.

Il ruolo dei media cattolici. Lo spunto per la discussione nasce da una ricerca condotta da “Vola” sui titoli di giornali e siti web. “Dopo i primi giorni – si legge nella ricerca – ai titoli che raccontano il dolore come Onna è rasa al suolo, il paese inghiottito, che non c’è più, si fanno lentamente strada le domande e i perché della tragedia: Era possibile evitare la tragedia? E così via a raccontare la lotta dei soccorsi e l’impegno della Chiesa locale e della Caritas”. In questo scenario i quotidiani cattolici, affermano i redattori di “Vola”, “hanno saputo guardare alla tragedia con gli occhi della fede, dando spazio non solo alla distruzione materiale ma anche e soprattutto alla dimensione spirituale”. È per questa presenza che il vescovo ausiliare, mons. Giovanni D’Ercole, li ha ringraziati per “non essersi limitati a rilanciare le notizie ma a far comprendere lo spirito con cui è stata affrontata questa tragedia”.

Rinunciare al protagonismo. Una prospettiva ribadita dal direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, che ha ricordato come “a volte raccontare i problemi, non basta, quello che serve è capire il bene che si può fare e che si sta facendo. Perché il bene non fa rumore ma se non riusciamo a guardarlo non possiamo capire quello che realmente sta succedendo”. Da qui la scelta di lasciare spazio alle persone con i loro volti e le loro storie, cercando di fuggire dal rischio, in cui spesso sono caduti i media in Abruzzo, dello scoop a tutti i costi. “Ma come ascoltare e raccontare una sofferenza e una speranza che sono fatte di parole, ma anche di silenzio?”, si è chiesto Paolo Bustaffa, direttore del SIR. “Ascoltare e raccontare questo silenzio – ha proseguito Bustaffa – è impresa per la quale certamente valgono le regole tecniche del mestiere, ma non meno la sensibilità, l’inquietudine, la rinuncia al protagonismo. È l’umiltà, allora, a caratterizzare un’informazione sul terremoto” che non sia “debole o rinunciataria”, ma “consapevole della propria responsabilità di fronte al mistero del dolore”. Un richiamo all’etica della professione che si inserisce, secondo Bustaffa, in una “prospettiva educativa e formativa” per il futuro del giornalismo, “mestiere minacciato più dalla debolezza etica che dalla potenza tecnologica”.

Lo “spettacolo” del terremoto. Il rischio, altrimenti, è quello di sacrificare la dignità della popolazione sull’altare della diretta. “I media – ha raccontato Giustino Parisse, giornalista di Onna, che ha perso i due figli e il padre nel crollo della sua casa – hanno affrontato quanto successo come se lavorassero su uno spettacolo di cui mi sono sentito, mio malgrado, un protagonista. Nonostante tutto ho deciso di continuare a raccontare quello che vedevo. Oggi viviamo in una città con tanti problemi, dirlo non significa criticare quanto fatto in questi mesi ma semplicemente fare il nostro lavoro”. Ma quanto i media sono stati in grado di raccontare la reale situazione di L’Aquila? Secondo il presidente dell’ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta, il racconto “è stato egemonizzato dalla televisione che ha spesso raccontato una realtà diversa da quella reale”, a partire dal “miracolo” della ricostruzione. “Se è vero che i nuovi canali digitali sono stati i primi a dare la notizie della tragedia – ha confermato Stefano De Martis, direttore di Tv2000 e circuito InBlu – è, altrettanto vero, che solo quando la televisione ne ha mostrato le immagini, l’opinione pubblica ha capito la portata di quanto successo”. Proprio per questo ruolo, ha spiegato De Martis, “a volte il giornalista è chiamato a fare un passo indietro”.
Quando l’incontro sembrava ormai concluso un ragazzino dai capelli neri, Angelo B., si avvicina improvvisamente al tavolo dei relatori e chiede di parlare. “Voglio ringraziare e chiedere a Giustino Parisse – dice al microfono – dove trova la forza per continuare a fare il suo lavoro”. “Vedi – risponde il giornalista – la forza di continuare, questa sera, me la dai proprio tu”.

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