Un volto nel tempo

Il ricordo di un vaticanista a cinque anni dalla morte

“Prima un Papa che non nascondeva la propria malattia e ‘parlava’ attraverso il linguaggio di un corpo martoriato; ora un Papa che in queste settimane viene fatto oggetto di duri attacchi. Sembra proprio la sofferenza il filo rosso che unisce Giovanni Paolo II a Benedetto XVI”. A dirlo al SIR, tracciando un bilancio dell’eredità di papa Wojtyla a cinque anni dalla morte avvenuta il 2 aprile 2005, è Gian Franco Svidercoschi, vaticanista e biografo del Pontefice.

Quali le principali linee e le innovazioni di Giovanni Paolo II?
“Anzitutto le ‘prime volte’ di cui è stato protagonista: il primo Papa non italiano dopo quasi 500 anni; il primo in una sinagoga e in una moschea; il primo a riunire in un incontro per la pace tutte le religioni, a convocare milioni di giovani e a riaffermare il valore della donna. È stato inoltre il Papa della speranza di un profondo rinnovamento della Chiesa attraverso l’azione dello Spirito Santo”.

Quali sono stati i “protagonisti” del suo pontificato?
“Giovani, movimenti e donne. Nel momento in cui era predominante la convinzione, anche negli ambienti ecclesiali, che le nuove generazioni non provassero più alcun interesse per la Chiesa, i giovani hanno avvertito forte attrazione per un uomo che senza fare sconti sull’annuncio del Vangelo diceva loro parole che oggi non sentono più né a scuola, né a casa, né talvolta nelle chiese. Chi oggi parla ai giovani di doveri oltre che di diritti? Chi li chiama alla responsabilità? Giovanni Paolo II ha inoltre saputo valorizzare con equilibrio i movimenti, forse uno dei fenomeni più straordinari della seconda metà del Novecento, risposta dello Spirito Santo alle attuali esigenze della Chiesa. Infine le donne che con il loro genio femminile ne rappresentano il volto accogliente, caritatevole e misericordioso”.

Come è cambiata la Chiesa?
“Oggi essa è molto più spirituale, purificata e pacificata con se stessa. Giovanni Paolo II ha fissato l’obiettivo di una nuova evangelizzazione in cui fossero compresi il mandato missionario universale e la revisione della spiritualità ai limiti dell’asfissia delle vecchie Chiese occidentali. La Chiesa da lui lasciata sottolinea maggiormente la chiamata universale alla santità, valorizza il ruolo del laicato e ha definitivamente superato la visione eurocentrica. La vita cristiana – ma questo anche grazie a Benedetto XVI – non appare più impostata su una morale fatta di imposizioni e divieti, ma su un rinnovato modello che tende alla maturazione della coscienza del singolo. Forse più dei suoi predecessori, papa Wojtyla ha rivelato attraverso la Chiesa il volto umano di Dio presente nella storia e realmente vicino all’uomo”.

Dove è possibile ravvisare una linea di continuità fra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?
“Anzitutto nell’impegno di quest’ultimo a far crescere e radicare quel nuovo modo di vivere la fede, incoraggiato dal Papa polacco, che riporta il primato di Dio nella coscienza dell’uomo. Non moralismo, intellettualismo o dottrina, bensì incontro con Cristo nella gioia, e capacità di difendere e diffondere la sua verità nella società odierna. Benedetto XVI insiste proprio su una spiritualità fondata sull’interiorità ma capace di rispondere alle sfide della modernità, e sulla religione come motivo di gioia. Nel giro di pochi anni si è tuttavia registrato un cambiamento davvero epocale; per taluni aspetti i due Pontefici si trovano ad operare in situazioni profondamente diverse. Giovanni Paolo II ha dato in giro per il mondo diverse spallate abbattendo molte porte che gli opponevano resistenza: le ideologie che, pur tendenzialmente negative, avevano un fondamento di ideali. Oggi, in un mondo privo di principi e valori, Benedetto XVI deve compiere un impegnativo viaggio all’interno delle coscienze perché è lì che Dio si è oscurato. Per questo sembra voler riproporre l’abc della fede ad una società religiosamente analfabeta. Un ulteriore motivo di sintonia e continuità tra i due Pontefici è nell’approfondimento di Benedetto XVI dello stretto legame tra scienza e fede. Non va peraltro dimenticato che un significativo contributo all’elaborazione della Fides et ratio è stato offerto proprio dall’allora card. Ratzinger”.

In questo momento di difficoltà per la Chiesa e di duri attacchi a Benedetto XVI, che significato può assumere la figura del suo “amato predecessore?”
“Le due lettere che Benedetto XVI ha dovuto scrivere in un anno – quella ai vescovi della Chiesa cattolica sulla remissione della scomunica ai vescovi lefebvriani del marzo 2009, e quella dello scorso 19 marzo ai cattolici d’Irlanda – testimoniano le preoccupazioni che il Papa sta vivendo. Ricordare Giovanni Paolo II significa soprattutto confermarsi nel coraggio di un annuncio del Vangelo che non deve avere paura delle stagioni storiche, neppure delle più tremende. I cattolici di ogni età e appartenenza sociale che in questo periodo incontro in tutta l’Italia mi fanno comprendere che il popolo dei fedeli è di gran lunga migliore e più compatto di come viene rappresentato dai media – pronti a sottolineare e amplificare critiche o presunte divisioni – ed esprime totale lealtà e vicinanza al Papa”.

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