Il “mistero della luna”

A cinque anni dalla morte

Cinque anni sono trascorsi dalla sua morte. Tuttavia, in quella straordinaria e non notiziabile esperienza di fede quale è la “comunione dei santi”, lo si avverte vicino. Il suo volto è ancora davanti agli occhi con quella luminosità che, come egli stesso ha sempre testimoniato, è il riflesso del “Sole” della Chiesa. Il volto del cristiano autentico, ha sempre ricordato papa Wojtyla, non brilla di luce propria ma ne riceve e ne trasmette un’Altra. Un pensiero, questo, che è nell’omelia dell’Epifania 2001, alla chiusura della Porta Santa, concluso il Grande Giubileo dell’Anno 2000. Ne proponiamo un passo perché siano le parole non di altri ma di Giovanni Paolo II a portare il pensiero a grandi altezze in una stagione di sofferenza ma anche di coraggio e di chiarezza per la Chiesa. A quelle “altezze di Dio”, alle quali ha invitato Benedetto XVI nel ricordare il suo predecessore il 29 marzo. (pb)

“Nella teologia patristica si amava parlare della Chiesa come del ‘mysterium lunae’, per sottolineare che essa, come la luna, non brilla di luce propria, ma riflette Cristo, il suo Sole. Mi piace ricordare che proprio con questo pensiero si apre la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II: ‘Cristo è la luce delle genti’, ‘Lumen gentium’! E i Padri conciliari continuavano esprimendo il loro ardente desiderio di ‘illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che si riflette sul volto della Chiesa’ (n.1).
‘Mysterium lunae’: il Grande Giubileo ha fatto vivere alla Chiesa un’esperienza intensa di questa sua vocazione. È Cristo che essa ha additato in quest’anno di grazia, riecheggiando ancora una volta le parole di Pietro: ‘Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna!’ (Gv 6, 68).
‘Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra!’. Questa universalità della chiamata dei popoli a Cristo si è quest’anno manifestata in modo più vistoso. Persone di ogni continente e di ogni lingua si sono date convegno in questa Piazza. Tante voci si sono qui levate nel canto, come sinfonia di lode e annuncio di fraternità.
Non potrei certo in questo momento ricordare gli svariati incontri che abbiamo vissuto. Mi vengono in mente i bambini che hanno inaugurato il Giubileo con la loro irrefrenabile festosità, e i giovani che hanno conquistato Roma con il loro entusiasmo e la serietà della loro testimonianza. Penso alle famiglie, che hanno proposto un messaggio di fedeltà e di comunione così necessario al nostro mondo, e agli anziani, agli ammalati e ai disabili, che hanno saputo offrire un’eloquente testimonianza della speranza cristiana. Ho davanti agli occhi il Giubileo di coloro che, nel mondo della cultura e della scienza, con dedizione quotidiana attendono alla ricerca della verità.
Il pellegrinaggio che duemila anni fa vide i Magi venire dall’Oriente fino a Betlemme, alla ricerca di Cristo appena nato, è stato quest’anno ripetuto da milioni e milioni di discepoli di Cristo, qui venuti non con ‘oro, incenso e mirra’, ma portando il proprio cuore ricco di fede e bisognoso di misericordia.
Per questo la Chiesa oggi gode, vibrando all’appello di Isaia: ‘Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce… Cammineranno i popoli alla tua luce’ (Is 60, 1.3). Non v’è, in questo sentimento di gioia, nessun vuoto trionfalismo. E come potremmo cadere in questa tentazione, proprio al temine di un anno così intensamente penitenziale? Il Grande Giubileo ci ha offerto un’occasione provvidenziale per compiere la ‘purificazione della memoria’, chiedendo perdono a Dio per le infedeltà compiute, in questi duemila anni, dai figli della Chiesa.
Davanti a Cristo crocifisso, abbiamo ricordato che, a fronte della grazia sovrabbondante che rende la Chiesa ‘santa’, noi figli suoi siamo largamente segnati dal peccato, e gettiamo ombra sul volto della Sposa di Cristo: nessuna auto-esaltazione, dunque, ma grande coscienza dei nostri limiti e delle nostre debolezze. Non possiamo, tuttavia, non vibrare di gioia, di quella gioia interiore a cui il profeta ci invita, ricca di gratitudine e di lode, perché fondata sulla coscienza dei doni ricevuti e sulla certezza dell’amore perenne di Cristo. Ora è tempo di guardare avanti”.

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