Sotto il segno dell’olio

Misericordia, forza e letizia

Tra gli elementi utilizzati dalla divina liturgia vi è l’olio dell’ulivo, che sul piano umano riveste una molteplicità di significati: è nutrimento, è medicina, conferisce bellezza e forza, lenisce il dolore. Soprattutto, è segno di dignità: i re e i sacerdoti vengono unti con l’olio e, così, riempiti con la forza che viene direttamente da Dio. Ogni cristiano è unto nel Battesimo con un’unzione sulla fronte, che rimanda ad un’altra di ordine interiore, operata direttamente dallo Spirito Santo, che pervade tutto il suo essere. Prima di lui, Cristo stesso è stato unto dallo Spirito e consacrato per la sua missione. “L’olio di oliva – ha detto Benedetto XVI nell’omelia della Messa Crismale di giovedì mattina – è in modo del tutto particolare simbolo della compenetrazione dell’Uomo Gesù da parte dello Spirito Santo”.
Proprio gli oli santi stanno al centro dell’azione liturgica della Messa Crismale; essi sono benedetti dal vescovo, perché tutti coloro che li riceveranno siano inseriti nell’unità della Chiesa. L’olio, nelle sue diverse forme, accompagna il credente per tutta la vita: a cominciare dagli inizi, mediante il Battesimo, sino al momento in cui si prepara all’incontro con Cristo Giudice e Salvatore, mediante l’Unzione degli Infermi. Un’unzione particolare è quella che riceve il presbitero, il giorno della sua Ordinazione, divenendo partecipe in modo singolare dello stesso sacerdozio di Cristo Signore.
Su questo aspetto si è soffermato particolarmente il Papa nell’omelia, rivolta ai sacerdoti, riuniti nella basilica di san Pietro per rinnovare le promesse fatte il giorno, in cui hanno ricevuto il dono del presbiterato. Ha rilevato come due parole abbiano la stessa etimologia greca: olio e misericordia. Se in tutti i sacramenti l’olio consacrato è segno della misericordia di Dio verso gli uomini, “l’unzione per il sacerdozio significa – ha detto Benedetto XVI – l’incarico di portare la misericordia di Dio agli uomini”. Una misericordia che, quotidianamente, va richiesta nella preghiera.
Legata al Battesimo vi è ancora un’altra unzione: quella del sacramento della Confermazione, mediante la quale il credente riceve una missione precisa. Da quando la colomba è apparsa con il ramoscello d’ulivo in bocca, l’olio è diventato simbolo della pace e annuncio della bontà salvifica di Dio. Ne consegue che “i cristiani dovrebbero essere persone di pace, persone che riconoscono e vivono il mistero della Croce come mistero della riconciliazione”. Cristo non vince mediante la spada, ma per mezzo della Croce. Vince superando l’odio. Vince mediante la forza del suo amore più grande. La Croce di Cristo esprime il "no" alla violenza. E proprio così essa è il segno della vittoria di Dio, che annuncia la nuova via di Gesù. Il sofferente è stato più forte dei detentori del potere. “Nell’autodonazione sulla Croce, Cristo ha vinto la violenza”. Fedeli e sacerdoti, a diverso titolo, sono chiamati ad essere, nella comunione con Gesù Cristo, uomini di pace, sono chiamati ad opporsi alla violenza e a fidarci del potere più grande dell’amore.
Inoltre, appartiene al simbolismo dell’olio il fatto che esso rende forti per la lotta. Ciò non contrasta col tema della pace, ma ne è una parte. “La lotta dei cristiani – ha ricordato il Papa – consisteva e consiste non nell’uso della violenza, ma nel fatto che essi erano e sono tuttora pronti a soffrire per il bene, per Dio”. I cristiani, come buoni cittadini, rispettano il diritto e fanno ciò che è giusto e buono. Rifiutano di fare ciò che negli ordinamenti giuridici in vigore non è diritto, ma ingiustizia. Rifiutarsi di compiere ciò che è male è servire la pace. Si pensi, ad esempio, un impegno a cui sono oggi chiamati i cristiani: difendere la vita dei bambini innocenti e non ancora nati. Così facendo denunciano che mai un’ingiustizia può essere elevata a diritto. Il loro impegno – ecco che cosa significa essere forti – può essere indirettamente motivo di persecuzioni. Non per questo viene meno la gioia.
L’olio consacrato è olio di letizia. Questa letizia è una cosa diversa dal divertimento o dall’allegria esteriore che la società moderna cerca. Il divertimento, nel suo posto giusto, è certamente cosa buona e piacevole. È bene poter ridere. Ma il divertimento non è tutto. È solo una piccola parte della vita, e dove esso vuol essere il tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde la disperazione o, almeno, il dubbio se la vita sia veramente buona, o se non sarebbe forse meglio non esistere invece di esistere. La gioia, che da Cristo ci viene incontro, è diversa. “Essa ci dà allegria, sì, ma certamente può andar insieme anche con la sofferenza. Ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti”. Parole che Benedetto XVI vive in prima persona in questi giorni, nei quali subisce un’autentica persecuzione.

Marco Doldi

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