I “nuovi” italiani

La questione migratoria affrontata in un seminario a Prato

L’immigrazione come risorsa, senza tuttavia ignorare le difficoltà legate a un fenomeno ormai inarrestabile. Se ne è parlato al seminario “Immigrati in Italia: giustizia, legalità, solidarietà”, tenutosi il 20 marzo a Prato per iniziativa della diocesi locale e del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani. Proprio nel capoluogo toscano la percentuale degli stranieri sulla popolazione complessiva è tra le più alte d’Italia – secondo i dati del Dossier statistico immigrazione 2009 di Caritas/Migrantes vi sono quasi 29 mila immigrati, pari all’11,8%, su una popolazione residente di 246 mila persone – e si registra in particolare una massiccia presenza cinese, “fenomeno complesso da decifrare al meglio”, ha sottolineato il vescovo di Prato, mons. Gastone Simoni.

La sfida dell’incontro. “Discernere, alla luce dello Spirito, quello che accade” è l’invito di mons. Fausto Tardelli, vescovo di San Miniato e delegato per la pastorale sociale della Conferenza episcopale toscana, che – aprendo i lavori con un momento di preghiera – ha ricordato come i migranti siano “uomini e donne amati da Dio”. Mentre il presidente del Comitato scientifico e organizzatore, mons. Arrigo Miglio, ha richiamato la storia delle Settimane Sociali, che da sempre sono “una strada alternativa, per non stare solo a guardare, ma per contribuire concretamente al bene comune”. Rivolgersi al futuro anche attraverso la lente delle migrazioni è stato il monito di Edoardo Patriarca, segretario del Comitato, per il quale nella storia “le civiltà che hanno accettato la sfida dell’incontro hanno continuato a vivere e progredire”, mentre “chi si è chiuso nelle cittadelle fortificate ha finito per soccombere”.

Diritti negati, cartina di tornasole. Le oltre 100 provenienze e le altrettante lingue parlate dagli immigrati in Italia sono “una risorsa, non un problema”, ha esordito p. Gianromano Gnesotto, direttore nazionale dell’Ufficio per gli immigrati e i profughi della Fondazione Migrantes, vedendo proprio nell’immigrazione “la cartina di tornasole per denunciare una mancanza che va a incidere sulla questione antropologica”. È il mancato riconoscimento dei diritti e, più a fondo, della dignità dei migranti. “La gestione del fenomeno migratorio necessita di un’etica”, ha evidenziato Gnesotto, sottolineando come gli immigrati siano “una risorsa non solo per l’economia, ma anche per l’arricchimento culturale”. Tale approccio, ha aggiunto, “non ignora le difficoltà legate alla convivenza, ma al tempo stesso sottolinea anche quei problemi che trovano gli immigrati nel lavoro, nell’accesso alla cittadinanza, nei riconoscimento dei diritti”.

Lavoratori o persone? A delineare il profilo giuridico della questione Cecilia Corsi, docente di diritto pubblico alla Facoltà di scienze politiche dell’Università di Firenze, che è partita dal riconoscimento nella nostra Costituzione del diritto a emigrare. Ma se tale diritto “è inviolabile, allora pensare a una disciplina degli ingressi dettata solo da esigenze economiche e di mercato del lavoro non è in linea con la Carta costituzionale”. Sul legame tra lavoro e diritto di soggiorno è tornato anche Gnesotto, denunciando una correlazione “che presuppone la concezione di lavoratore ospite, patita in passato anche dai nostri connazionali emigrati”. A tal proposito, emblematica fu la massima dello scrittore elvetico Max Frisch: “Abbiamo cercato braccia, sono arrivati uomini”. È per questo, ha precisato la giurista, che oggi sono “al centro del dibattito giuridico e politico” quelle norme che presiedono al diritto di cittadinanza, poiché “delineare il modo con cui si è o si diventa cittadini” determina “l’appartenenza o meno a una comunità”.

Integrazione, non assimilazione. Passaggio fondamentale è un'”integrazione dal basso”, ha rimarcato Andrea Valzania, ricercatore al dipartimento di scienza della politica e sociologia dell’Università di Firenze, “processo che necessita di tempo ed è molto più complesso dell’idea funzionalista di ‘assimilazione'”. Qui “l’immigrato non è considerato solo una risorsa, ma una persona”. Una siffatta integrazione, ha precisato Valzania, “è bidimensionale, chiama in causa anche l’italiano e la sua capacità di accoglienza”. Essa, difatti, “vede la coesistenza tra politiche di accoglienza e una forte e costante spinta solidaristica di tipo comunitario”.

Un’identità nuova. D’altra parte, ha proseguito l’economista Riccardo Moro, vanno considerati “due livelli per intervenire” sul fenomeno migratorio. In primo luogo “la dimensione internazionale, poiché se un problema è lo squilibrio tra Nord e Sud del mondo”, con “differenziali di reddito e di benessere enormi”, allora “occorre un’agenda politica internazionale per agire sulle cause”. A livello nazionale, invece, “dobbiamo preparare un’identità nuova”, che nasca “dall’interazione dell’identità italiana di oggi e di ieri e di quella dei nostri fratelli stranieri”. “A crearla davvero – ha concluso – saranno i nostri figli che, figli d’italiani o di stranieri, saranno italiani in un modo nuovo, che noi non sappiamo ancora immaginare”.

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