L’unità linguistica

Europa come sintesi delle identità regionali

“Guardare al futuro” dell’Europa significa “rivalutare e tutelare le identità regionali” di cui “l’Europa stessa era, e può tornare a essere, la sintesi”. Un processo realizzabile con “il contributo dei molti idiomi che l’hanno costruita nel corso dei secoli”. Ne è convinto il sociologo Sabino Acquaviva, autore di una riflessione pubblicata sul numero in uscita di “Vita e pensiero”, bimestrale italiano di cultura e dibattito dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ne presentiamo alcuni spunti.Europa, latino e cristianesimo. “Parlare dell’Europa”, afferma Acquaviva, non “significa dimenticare il nostro passato”; anzi “proprio quel passato prepara il futuro di uno Stato federale di oltre cinquecento milioni di abitanti, e vede finalmente insieme molti popoli che un tempo si combattevano ferocemente”. In questo orizzonte “si assiste tuttavia a un conflitto (a parole) e a uno strano dibattito tra chi sostiene che bisogna valorizzare i dialetti e chi difende gli Stati nazionali. Due posizioni conservatrici e fuori del nostro tempo”. “L’attuale dibattito – a giudizio dello studioso – affronta un tema poco concreto e non è a tono con la nuova società che sta nascendo” perché “non guarda né al passato né alle radici del nostro futuro”. “L’Europa di un tempo – rammenta – si fondava culturalmente, e in parte anche politicamente, sulla presenza della lingua latina come una lingua capace, insieme al cristianesimo, di unificare il nostro continente, soprattutto di fronte alla pressione dell’islam in un primo tempo proveniente dall’Africa, in un secondo tempo dalla Turchia e dai Balcani dell’Impero ottomano”. Un continente “in cui esistevano un certo numero di lingue regionali e il latino come lingua di comunicazione continentale”. “Molte di queste lingue, come l’identità dei popoli che le parlavano, furono soffocate dalla nascita degli Stati nazionali” che furono “l’espressione e il risultato del prevalere in ogni regione geografica di una lingua regionale. In tal modo – spiega il sociologo -, in Francia il francese del nord divenne il francese, in Italia il toscano prevalse sulle lingue regionali e divenne l’italiano, in Spagna il castigliano divenne lo spagnolo”. Una comunità di popoli. Secondo Acquaviva, “l’attuale dibattito sui dialetti confonde l’essenziale con il particolare” e “oscura il problema principale (quello delle lingue regionali)”. L’unità “linguistica sotterranea che univa e in parte unisce i popoli dell’Europa (allora anche attraverso il latino, oggi anche attraverso l’inglese) esiste ancora? – si chiede -. Il mezzo miliardo di europei si sentono e sono parte di una comunità di popoli che hanno, nell’essenziale, una cultura comune, vivono in uno stesso continente, pensano a uno Stato federale che tuteli appunto anche lingue e culture regionali? Anzi, che dia loro, come si suol dire, ‘nuova vita’?”. Analizzando la “situazione” europea, Acquaviva invita a prendere in considerazione quattro elementi: “cresce la percezione dell’appartenenza a un’area politica, culturale e militare” con “oltre 500 milioni di abitanti”; diminuisce “la percezione dell’appartenenza a singoli Stati nazionali” e cresce in parallelo “la comprensione dell’appartenenza a popoli, culture e lingue regionali”, fatto che “facilita la comprensione dell’esistenza di una grande nazione europea”. “Come dire – chiarisce – che cresce la percezione dei catalani, dei veneti, dei provenzali, eccetera, della loro identità e appartenenza a una nazione europea”. Tutelare le identità regionali. “Guardare al futuro” significa “guardare all’Europa e tutelare le identità regionali” afferma il sociologo. “Questo discorso, apparentemente locale e in parte sorpassato, risponde invece all’esigenza di pensare il futuro del nostro continente” nel quale “l’orizzonte culturale, sociale, linguistico, politico” sta cambiando “anche per ragioni di respiro molto più ampio”. “Nascono e si contrappongono agli Stati nazionali europei” grandi “identità economiche, linguistiche e culturali come la Cina e l’India”, spiega Acquaviva, convinto che, “se non riesce a unificarsi”, l’Europa “è destinata a soccombere” perché “nessuno dei nostri Stati” può opporsi “alla concorrenza” di Paesi “con oltre un miliardo di abitanti, in rapida espansione economica e demografica”. La necessaria unificazione dell’Europa, è la tesi di fondo del sociologo, deve essere fatta “favorendo la rinascita di identità regionali di cui l’Europa era, e può tornare a essere, la sintesi“. A tale fine è urgente “una svolta storica nei programmi di sviluppo” di un continente “alla ricerca del proprio futuro. Ma come la grande Europa del Rinascimento aveva una lingua veicolare, il latino, così questa nuova Europa” deve “anch’essa rivalutare le culture regionali” e accettare “l’inglese come lingua veicolare comune”. Per Acquaviva devono essere “i nostri popoli, e non gli Stati nazionali” ad accelerare la costruzione dell’Europa, affinché essa” torni a essere uno dei principali protagonisti della storia del pianeta”.

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