I nuovi “senza tetto”

ABRUZZO, UN ANNO DOPO

È piena la sala d’attesa del Centro di ascolto della Caritas a Coppito nel basso edificio alla periferia di L’Aquila, costruito per dare una sede stabile alla rete Caritas. Vi arriviamo un giovedì mattina e rimaniamo colpiti dalla presenza di una decina di migranti provenienti, in prevalenza, dal nord Africa.Richieste in aumento. "Da quando si è sparsa la voce che abbiamo aperto un centro di prima accoglienza a Paganica – spiega Angelo Bianchi, vicedirettore della Caritas diocesana e responsabile del Centro di ascolto – abbiamo continue richieste di lavoratori migranti che, arrivati a L’Aquila in cerca di lavoro, non hanno un riparo per la notte". Proprio la mattina in cui visitiamo il Centro di ascolto sono in corso i colloqui per l’assegnazione dei posti. "Oggi vedete questa situazione –racconta Bianchi – ma, in generale, solo il 30% delle richieste arriva da extracomunitari, i più sono cittadini aquilani in difficoltà".Al centro di accoglienza di Paganica. Lasciamo il centro di Coppito e ci spostiamo a Paganica dove, dal 23 dicembre 2009, è attivo un piccolo campo di prima accoglienza capace di 20 posti. Sono 5 i container posti uno accanto all’altro in un piccolo spiazzo tra i prati, occupato l’estate scorsa dai volontari della delegazione Caritas di Lombardia e Sicilia. "Tutte le persone che arrivano qui – dice Valeria Lucconi, operatrice Caritas – sono passate dal Centro di ascolto. Si tratta nella quasi totalità di immigrati con regolare permesso di soggiorno provenienti per lo più dal Centro-Nord d’Italia. Alcuni di loro hanno raccontato di aver perso il lavoro a causa della crisi e sono partiti con la speranza di lavorare nei cantieri della ricostruzione". Gli ospiti possono rimanere nel campo per un massimo di 3 settimane; tempo oltre il quale devono trovare un’altra sistemazione. "Non è facile per noi dire a queste persone di andare via – continua l’operatrice – ma la nostra è una soluzione di prima accoglienza. Vogliamo dare loro l’opportunità di cercare lavoro con la sicurezza di avere un tetto sotto cui dormire. Questo non sempre riesce e, in quei casi, cerchiamo di convincere le persone a tornare da dove sono venute e a non rimanere nell’aquilano senza avere un tetto". Alcuni, una minoranza, ce l’hanno fatta e oltre ad un lavoro hanno trovato anche un appartamento.In attesa della ricostruzione. "Il problema – spiega Giuseppe Russo, responsabile del campo – è che ad oggi la vera ricostruzione non è ancora partita e, quindi, le opportunità di lavoro sono poche. Le grandi imprese, impegnate nella costruzione dei nuovi insediamenti, hanno la loro manodopera specializzata che viene da fuori, mentre le piccole imprese spesso fanno contratti di dieci, venti giorni, non dando la possibilità a questi lavoratori di sistemarsi. Senza dimenticare il problema di reperire appartamenti in una realtà in cui tutte le strutture ricettive sono occupate dagli sfollati". I due operatori ci accompagnano nel container-cucina dove poco alla volta arrivano tutti, chi dal lavoro, chi dalla ricerca di un lavoro. Uno di loro, Fait, ci offre un caffè. Quando gli chiediamo come vanno le cose, risponde che da lunedì inizierà a lavorare ma, purtroppo, non ha ancora trovato un posto in cui poter dormire e tra 15 giorni dovrà lasciare il campo. Altri continueranno, invece, a passare le giornate tra i cantieri nella speranza di un’opportunità. "Cerchiamo di aiutarli a trovare un lavoro e un alloggio – conclude Russo – ma quando non ci riusciamo proviamo a spiegare che la vera ricostruzione non è ancora partita e che il lavoro, per ora, non c’è. Per questo cerchiamo di farli tornare a casa dicendo di venire, se vogliono, tra alcuni mesi quando le imprese avranno bisogno di manodopera". Ma non è facile convincere a ripartire chi vede in L’Aquila da ricostruire la speranza di un futuro migliore.(18 marzo 2010)

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