La solenne “Dichiarazione”

9 maggio 1950: la storia d'Europa cambia direzione

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”: sono le prime parole della solenne “Dichiarazione” con la quale Robert Schuman proponeva agli Stati europei, il 9 maggio 1950, di porre sotto un’autorità indipendente la gestione delle produzioni di carbone e acciaio. Nelle intenzioni dell’allora ministro degli esteri francese, ciò avrebbe assicurato “la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea”, cambiando “il destino di queste regioni”, a partire da Francia e Germania, “che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui costantemente sono state le vittime”. Attualmente il 9 maggio è la “Festa d’Europa”, a significare l’assoluta rilevanza di tale Dichiarazione che condurrà alla costituzione, nel 1951, della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), prima istituzione sovranazionale del vecchio continente. In Europa si preparano diverse iniziative per celebrare i 60 anni dell’evento che diede avvio al processo di integrazione: sul significato di tale tappa storica SIR Europa ha intervistato Alfredo Canavero, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, che ha alle spalle numerose ricerche sull’integrazione comunitaria e sulla figura di Alcide De Gasperi. Fra i suoi studi più noti figurano anche quelli sulla storia del movimento cattolico e sulla storia della politica estera italiana. Coordina, assieme a Jean-Dominique Durand (Università Lione III), un programma di ricerca sul ruolo delle Chiese nella costruzione dell’identità europea, nell’ambito di un gruppo di ricerca più vasto che fa capo alla Sorbona di Parigi. Canavero dirige il Centro per gli studi di politica estera e opinione pubblica istituito presso l’Università di Milano ed è segretario della Commissione di storia delle relazioni internazionali, organismo affiliato al Congresso mondiale di scienze storiche. Gianni Borsa, inviato di SIR Europa a Bruxelles e Strasburgo lo ha incontrato.La Dichiarazione Schuman poneva le basi per il percorso di integrazione comunitaria. Ma in quale contesto storico si collocava l’iniziativa del ministro francese?“Ci si trovava all’indomani di una delle guerre più disastrose della storia dell’umanità. Il mondo era diviso in due blocchi contrapposti e la ‘guerra fredda’ era nella sua fase più cruda. Gli europei più avvertiti avevano cominciato a riflettere sulle conseguenze deleterie delle contrapposizioni nazionalistiche, che avevano portato guerre, lutti, distruzioni. La storica rivalità tra Francia e Germania aveva fatto perno sul problema del controllo delle fonti di energia (i giacimenti carboniferi al confine tra i due Paesi) e della produzione del ferro e dell’acciaio. Mettere in comune tali risorse, invitando anche altri Paesi a condividere questo esperimento, avrebbe forse potuto condurre a rapporti diversi, non conflittuali, ma di collaborazione. D’altra parte una maggiore coesione dell’Europa Occidentale sarebbe stata utile per resistere al temuto espansionismo sovietico. Quindi anche gli Stati Uniti avrebbero visto con favore questa prima spinta alla coesione”.Con la gestione condivisa delle risorse di carbone e acciaio, la Comunità prendeva le mosse dall’economia prima ancora che dalla politica. Era un disegno chiaro e prestabilito?“Più che altro si trattava di una scelta imposta dalle circostanze. Le resistenze nazionalistiche erano ancora, nonostante tutto, forti e partire da una unione economica poteva essere uno strumento adatto per superarle senza scosse eccessive. L’ipotesi federalista era risultata impraticabile e anche le grandi speranze riposte nel Consiglio d’Europa erano andate deluse. Partire dall’economia, fare la scelta, come si dice, ‘funzionalista’ sembrò allora l’unica via percorribile”.Quali erano, allora, i veri fautori dell’integrazione e quali i suoi “nemici” entro e fuori l’Europa?“Tra i fautori dell’Europa possiamo annoverare una buona parte delle classi dirigenti nei Paesi che poi aderirono alla Ceca, ossia Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Fortunatamente si trattava di coloro che avrebbero avuto il potere di prendere le decisioni (o comunque la forza di imporle). In Italia, ad esempio, De Gasperi, presidente del Consiglio, e Sforza, ministro degli esteri, sostenuti anche da Einaudi, presidente della Repubblica. Nei governi dei “Sei” non si può dire che ci fossero forti opposizioni all’integrazione europea, ma in qualche caso scetticismo, scarso interesse. I problemi principali erano ritenuti altri (la ricostruzione, la ripresa economica, il timore del comunismo…) e non tutti avevano capito che si sarebbero risolti meglio attraverso la collaborazione europea. A livello internazionale, gli Stati Uniti videro con grande favore l’inizio del processo di integrazione, perché, a ragione, ritenevano che un’Europa forte avrebbe resistito meglio alle velleità espansionistiche dell’Unione Sovietica. E ciò valeva ancor di più all’indomani dello scoppio della guerra di Corea, che molti consideravano una sorta di prova generale per un analogo attacco nel centro dell’Europa”. Chi, invece, poneva ostacoli?“Direi che gli avversari dell’integrazione erano i partiti di destra, legati a una concezione nazionalistica, che non volevano cedere nulla della sovranità statale, ma anche i comunisti e i loro alleati e, naturalmente, l’Unione Sovietica e i Paesi suoi satelliti, preoccupati del rafforzamento del blocco occidentale, che percepivano come potenzialmente aggressivo. La Gran Bretagna non volle aderire, rivendicando un suo ruolo diverso, specie di fronte agli Stati Uniti, ma, almeno in questa prima fase, non fu contraria. C’è poi da considerare il ruolo di freno di tanti ambienti economici, che temevano di veder compromettere le loro posizioni dominanti”.Schuman, con altri “padri fondatori”, era un politico cristiano-democratico che aveva fra l’altro sperimentato sulla propria pelle le divisioni e i conflitti del ventesimo secolo. Quanta rilevanza hanno avuto le vicende personali e gli orientamenti culturali e religiosi sulla sua “idea di Europa”?“Il fatto che Schuman, come del resto De Gasperi e Adenauer, fossero ‘uomini di frontiera’ (e i primi due addirittura erano stati per quasi un quarantennio cittadini di un Paese diverso da quello che ora rappresentavano) e fossero cattolici (e non solo di facciata, ma cattolici con una profonda e coerente spiritualità) ebbe certo la sua importanza. Queste comuni caratteristiche, che permisero una collaborazione fruttuosa anche perché basata su di una reale amicizia, fecero parlare alcuni avversari di una ‘Europa clericale’, asservita al Vaticano, quando non addirittura della riedizione del Sacro Romano Impero. In realtà tutti e tre avevano una profonda fede nella democrazia, credevano nel dialogo con gli avversari e lo praticavano, per quanto possibile nell’epoca della guerra fredda. Da uomini di frontiera capivano benissimo il problema delle minoranze, la necessità di costruire ponti e aprire finestre tra i diversi Paesi d’Europa. E ciò, indubbiamente, corrispondeva alla loro fede religiosa. Ma se la loro comune fede religiosa e le loro comuni idee democratico-cristiane furono un elemento importante, anzi fondamentale per lo sviluppo dell’Europa, non dobbiamo dimenticare il contributo di altri uomini di provenienze ideologiche diverse, come Jean Monnet o Paul-Henri Spaak, o di religione differente, come Mario Alberto Rollier, André Philip o René Courten”.La Ceca e la Cee, fino all’attuale Ue, si possono considerare figlie della Dichiarazione del 9 maggio. A 60 anni di distanza qual è, secondo lei, il bilancio che si può trarre da tale processo economico e istituzionale?“Come in tutti i bilanci c’è qualcosa di positivo e qualcosa di negativo. L’Europa ha conosciuto il più lungo periodo di pace della sua storia, sono terminati i conflitti tra i Paesi del vecchio continente (salvo, purtroppo, i conflitti etnico-religiosi nella ex Jugoslavia) e la prosperità si è diffusa. Molti Paesi europei hanno una moneta comune, che facilita gli scambi. Gli europei circolano liberamente da un Paese all’altro e i giovani, magari inconsapevolmente, si sentono cittadini d’Europa. Sul versante negativo possiamo mettere la recente ripresa dei nazionalismi e dei localismi e la tendenza a riproporre al centro le prospettive politiche nazionali rispetto a quelle europee (si pensi al problema del seggio permanente all’Onu). Certo l’allargamento a 27 Stati non ha facilitato una maggiore coesione, anche perché, tra gli ultimi aderenti, ve ne sono alcuni assolutamente contrari a una maggiore integrazione politica e solo attenti ai risvolti economici nazionali. Come diceva De Gasperi, occorre che l’Europa unita sia un obiettivo che scalda i cuori e che si persegue non per meri interessi economici. Resto convinto che se l’Europa vorrà contare ancora qualcosa di fronte alle grandi potenze attuali o future (Usa, Cina, Russia, Giappone, Brasile) non potrà evitare di trasformarsi in un reale Stato federale, con poteri sempre più estesi agli organismi comunitari (Commissione, Parlamento europeo, Corte di Giustizia) e sempre meno agli organismi che rappresentano gli interessi degli Stati (Consiglio europeo). Ma temo che questa strada sia ancora irta di difficoltà. La scelta di una rappresentante inglese, cioè di uno dei Paesi meno favorevoli all’integrazione europea in senso federale, come ministro degli esteri dell’Ue non apre certo i cuori alla speranza”.

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