Un’inquietante deriva

La riflessione di Lucio Romano, copresidente di Scienza & Vita

Dopo l’autorizzazione dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco), lo scorso dicembre, all’immissione in commercio della Ru486 che sarà così utilizzabile in alternativa all’aborto chirurgico, è atteso a giorni negli ospedali italiani l’arrivo della pillola abortiva. E intanto è acceso il dibattito: day hospital o ricovero? L’impiego del farmaco, si legge nella delibera, deve avvenire nel rigoroso rispetto della legge 194, quindi tramite ricovero in una struttura sanitaria fino all’espulsione del prodotto del concepimento e sotto la sorveglianza di un medico. Nel testo manca tuttavia la precisazione che l’intera procedura abortiva debba svolgersi in regime di “ricovero ordinario”, ossia senza possibilità di ricorso al day hospital. Fino ad oggi le Regioni Lombardia, Toscana e Veneto hanno deliberato per il ricovero ordinario per tutta la durata dell’interruzione di gravidanza. Emilia Romagna, Piemonte e Provincia autonoma di Trento sembrano invece preferire la via del day hospital. Le altre Regioni attendono indicazioni che potrebbero assumere la forma di linee guida nazionali. Intanto il governo ha annunciato la richiesta di un ulteriore parere al Consiglio superiore di Sanità (la massima autorità sanitaria in Italia, ndr), che già si era espresso in materia. Il SIR ha raccolto l’opinione di Lucio Romano, ginecologo e copresidente di Scienza & Vita.

Qual è la sua posizione al riguardo?
“Come già sottolineato dal Consiglio superiore di Sanità in ben due pareri – nel 2004 e nel 2005 in occasione della sperimentazione della pillola abortiva presso l’ospedale Sant’Anna di Torino – la somministrazione della Ru486 deve avvenire in regime di ricovero ordinario ospedaliero. Significa quindi che non deve essere assolutamente fatto ricorso al regime del day hospital. In questa vicenda emerge purtroppo un’inquietante deriva culturale, ideologizzata e riduttivistica, che tende a portare alla privatizzazione e alla deresponsabilizzante banalizzazione dell’aborto, facendo torto al rispetto della vita, della salute e della dignità della donna, oltre che al suo diritto ad essere presa in carico in un momento drammatico che porterà sempre con sé, e si troverà invece a vivere in solitudine”.

Che cosa intende dire?
“Taluni potrebbero effettuare – come già accaduto in fase di sperimentazione – la somministrazione della Ru486 lasciando poi solo alla donna la decisione di firmare per la propria dimissione, assumendosi in tal modo tutta la responsabilità di un procedimento di ordine abortivo che si concluderà a domicilio. La somministrazione del mifepristone (Ru486 è il suo nome commerciale) induce la morte dell’embrione, e va seguita dalla somministrazione di una prostaglandina per indurne l’espulsione. Un processo durante il quale è importante assicurare alla donna il massimo di assistenza e vicinanza, fermo restando che si tratta comunque di una procedura abortiva di soppressione di una vita umana”.

Si ha l’impressione che chi vuole fare passare la Ru486, rispetto all’aborto chirurgico, come una forma di emancipazione e autodeterminazione della donna, non ne consideri le possibili ricadute psicologiche…
“Sì, c’è una sorta di sipario calato ad arte, ma come dimostra la letteratura medica sulle sindromi depressive post aborto, già presenti nell’intervento chirurgico ma connesse anche all’aborto chimico, per la donna l’interruzione volontaria di una gravidanza rimane sempre un dramma. Vissuto poi nella solitudine, questo evento – che è un vero e proprio lutto – non potrà non ripercuotersi negativamente sul suo stato di salute psicologico ed emotivo”.

Non sempre, inoltre, vengono spiegati con chiarezza i rischi della procedura e le possibilità, ancorché scarse, di insuccesso…
“L’intendimento è quello di dare luogo alla privatizzazione dell’aborto. La prima proposta di introduzione nel nostro Paese della Ru486 era accompagnata dal preciso programma di far sì che l’aborto avvenisse a casa, banalizzando una metodica che alla lunga temo verrà presentata come misura contraccettiva. È già in atto, del resto, la sperimentazione della stessa molecola non solo nella cosiddetta ‘contraccezione di emergenza’, ma anche nella composizione chimica delle nuove pillole anticoncezionali che sostituiranno la classica estroprogestinica. Tra marzo ed aprile dovrebbe essere introdotta in Italia la pillola per la cosiddetta ‘contraccezione d’emergenza del quinto giorno’, la cui molecola appartiene allo stesso gruppo farmacologico della Ru486″.

Uno scenario inquietante. Come intervenire?
“Solo con un’informazione critica, corretta e chiara per far capire all’opinione pubblica e in particolare alle donne la gravità dell’aborto in sé, i rischi connessi alla Ru486, la pericolosa deriva culturale cui si sta andando incontro. Rimango molto perplesso anche per un altro aspetto: questa procedura appare in qualche modo in contrasto con lo spirito della legge 194, voluta per porre fine alla solitudine della donna. Proporle l’impiego della Ru486 mi sembra un volerla di nuovo relegare in quella condizione da cui, secondo i sostenitori della 194, quel provvedimento aveva inteso liberarla”.

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