Le medaglie, la vita, la fede

Testimonianze di alcuni cappellani europei alle Olimpiadi

Si muovono nel Villaggio Olimpico, come gli atleti, gli allenatori e i tecnici, anch’essi vestiti con le rispettive tute nazionali, ma non sono campioni in gara. Potrebbero essere definiti “preparatori spirituali”: sono i cappellani delle squadre olimpiche a Vancouver. Sono molti i team che hanno al seguito uno o più cappellani, a seconda delle diverse fedi degli atleti, segno chiaro di un bisogno spirituale che accompagna gli sportivi di qualsiasi disciplina. Per rispondere a questa esigenza il Comitato organizzatore ha messo a disposizione dei partecipanti alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi, dei centri multi religiosi. Il reverendo David Wells, ne è il coordinatore: “i Centri forniscono riti per le cinque principali confessioni, un luogo per la preghiera e la meditazione personali, sostegno spirituale e consulenza, conforto e ausilio in momenti quali incidenti e lutti, come avvenuto all’atleta georgiano Nodar Kumaritashvili. L’impegno – aggiunge – non è garanzia di successo nello sport, altrimenti vincerebbe la maggior parte degli atleti. Avere fede significa avere il sostegno di Dio e continuare a perseguire i propri obiettivi, nello sport e nella vita, che si conquisti il risultato migliore o meno”.Una preghiera particolare. Padre Jörg Walcher, ex snowboarder professionista, dal 2003 cappellano svizzero ai Mondiali e ai Giochi Olimpici, officia le funzioni aperte agli atleti di tutte le nazioni: “Oltre alla messa, che ha luogo due volte al giorno, ci dedichiamo agli studi biblici, alla preghiera e all’adorazione; i sacerdoti, inoltre, sono a disposizione per gli incontri personali. Sono sorpreso di quanto la preghiera sia parte integrante della preparazione di molti atleti. Mi ha colpito un atleta cristiano: qualche giorno fa, ha chiesto di pregare non per la propria gara, la mattina successiva, ma per il suo compagno di squadra, affinché riuscisse a comprendere che Cristo è il Salvatore. La morte di Kumaritashvili è stata una tragedia per tutti. L’intera comunità olimpica si è stratta intorno alla famiglia, agli amici di Nodar e alla squadra georgiana”.“Perdere non è una tragedia”. Padre Bernhard Maier, salesiano, cappellano della Nazionale austriaca e responsabile della pastorale dello sport, con la sua 15° esperienza, può essere considerato un veterano alle Olimpiadi: “la tragedia di Kumaritashvili è stato uno shock per tutti e tante persone hanno sentito il bisogno di chiedere a noi sacerdoti parole di incoraggiamento. Ricordo bene un altro terribile momento durante i Giochi del 1988, quando a Calgary un medico austriaco è deceduto. Se è vero che le Olimpiadi veicolano il senso di pace, giustizia, convivenza serena, a volte il messaggio che trasmettono non è positivo. La sicurezza, per esempio, non è sempre tutelata: slittini e bob arrivano a velocità sconsiderate che possono condurre a eventi drammatici come la morte di Kumaritashvili. Il pubblico si entusiasma per le condizioni estreme e l’organizzazione asseconda i gusti della platea, mentre dovrebbe assicurare che lo spettacolo salvaguardi l’incolumità dei partecipanti e abbia rispetto dell’uomo”. Lo stesso discorso vale per lo spirito agonistico: “conta solo la medaglia, non la partecipazione. Credo che sarebbe di grande utilità attribuire maggiore valore ai piazzamenti che seguono il terzo posto, fino al quindicesimo, perché no. Se il clima rimane a livelli così esasperati, corriamo il rischio che l’amicizia e la sana competizione vengano schiacciate dall’affermazione personale: desiderare di vincere è normale, chiunque lotta per conquistare il primo posto, ma perdere non è una tragedia, come invece viene dipinta la sconfitta da media pubblicità”. Tre valori. “Ci sono tanti atleti – gli fa eco padre Walcher – che si sono sacrificati per arrivare alle Olimpiadi, pur sapendo di non raggiungere i traguardi ambiziosi di altri. Tuttavia sono felici, poiché hanno dato e il massimo. Gli atleti cristiani trovano in Gesù il migliore esempio, poiché si è sacrificato per noi. Tre valori emergono dall’esperienza delle Olimpiadi, che è necessario esprimere anche nella vita quotidiana: l’eccellenza: dobbiamo dare sempre il meglio di noi, non solo per vincere, ma per migliorarci; l’amicizia che ci permette di considerare lo sport come strumento per capire il prossimo e andargli incontro; il rispetto per sé e per gli altri”. Un medesimo impegno. “Il sogno di ogni atleta – sottolinea a sua volta don Mario Lusek, cappellano della nazionale italiana – è partecipare a una Olimpiade: se vincere è il massimo obiettivo per qualcuno, poter essere protagonisti è un’occasione unica per tutti. Lo sport in fondo racconta la vita e lo fa nei modi più inaspettati: con una vittoria o con una sconfitta, con la gioia ma anche con la sofferenza. Saper vincere grazie al talento e alle capacità personali e tenere la testa alta nella sconfitta, perché non bisogna mai sentirsi un perdente, nascono da un medesimo impegno: lottare contro i propri limiti, superare gli ostacoli, vivere quell’umiltà che non è applaudita ma che fa grande un uomo al di là dei risultati”.

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