Nel calvario croato

A cinquant'anni dalla morte

“Oggi celebriamo la memoria del Beato Luigi cardinale Stepinac, vescovo e martire, che ha sacrificato la sua vita cinquanta anni fa in testimonianza della fede. Custodite la memoria dei vostri martiri, e sul loro eroico esempio nell’oggi della Chiesa siate ‘il sale della terra e la luce del Mondo'”. Così Benedetto XVI, nel saluto ai pellegrini croati al termine dell’udienza generale del 10 febbraio, ha voluto ricordare la figura del beato Alojzije (Luigi) Stepinac. “Non è sorprendente e meraviglioso che qualcuno, del quale alcuni hanno cercato di distruggerne la memoria e il bene compiuto, continui brillare di luce e con lui la sua grande verità?”. Anche il card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, ha ricordato la figura del beato Alojzije (Luigi) Stepinac, cardinale croato, arcivescovo di Zagabria, di cui ricorre il 50° anniversario della morte, eroico martire della fede nel periodo più buio della persecuzione comunista nei Paesi dell’Est. “Luigi ci ha lasciato una testimonianza della sapienza della Croce – ha detto il card. Bozanic nel corso di una celebrazione svoltasi il 10 febbraio nella cattedrale di Zagabria – Tutte le ideologie del suo tempo hanno voluto dominare la verità, ma sono state costrette ad ammettere la sconfitta. Crocifisso e umiliato è diventato ancora più forte. Stepinac ha scelto la fedeltà a Dio e alla Chiesa”. “Ci sono valori – ha aggiunto il card. Bozanic – che non possono essere negati perché non si può negare la verità. Se questo accade, la vita rimane senza senso, senza gioia. Ha accettato la sofferenza come pastore fedele. Il suo coraggio e la sua generosità hanno dato vita ad una nuova alleanza dalla quale sono scaturite nuove vocazioni sacerdotali e religiose. Intorno alla sua tomba molti che erano nel dubbio hanno ritrovato la forza per andare avanti, genitori preoccupati per i loro figli, coniugi in difficoltà, giovani. Alojzije è la nostra eredità”. Per il card. Bozanic, la memoria del beato Stepinac è “un invito alla santità” rivolto alla Chiesa croata, in tutte le sue componenti, sacerdoti, laici, giovani, religiosi e religiose, famiglie, intellettuali, politici. “Dopo 50 anni – ha concluso – la sua memoria ci indica sempre più chiaramente l’urgenza di proclamare il Vangelo e ci suggerisce come dovremmo vivere”. BiografiaIl 10 febbraio 1960 si spegneva a Krasic, suo paese natale, dove era stato confinato, il cardinale croato Alojzije (Luigi) Stepinac, arcivescovo di Zagabria. Finiva così, dopo anni di sofferenze fisiche e morali, la vicenda umana di un eroico martire della fede, testimone scomodo, come tanti altri confratelli nel sacerdozio e nell’episcopato, del periodo più buio della persecuzione comunista nei Paesi dell’Est. Occorse uno speciale permesso del governo di Tito per celebrare solennemente i funerali nella cattedrale di Zagabria.Nel 1946, l’11 ottobre, si era concluso il processo che aveva visto Stepinac condannato a sedici anni di reclusione perché riconosciuto “colpevole” di tradimento e di collaborazione con i tedeschi. In realtà la ragione vera di quel processo-farsa, simile a tanti altri imbastiti dai regimi comunisti in quegli anni, era stato il fermo rifiuto dell’arcivescovo di Zagabria di costituire una Chiesa iugoslava autonoma da Roma, così come nel febbraio 1992 doveva riconoscere il Parlamento della Croazia indipendente, allorché ne riabilitò definitivamente la figura. Stepinac era stato arrestato una prima volta il 17 maggio 1945 e condannato a diciassette giorni di carcere: un “assaggio” del calvario che lo attendeva un anno dopo. Fu rinchiuso dapprima nella prigione di Lepoglava, dove trascorse cinque anni, durante i quali il regime di Tito rimase sordo agli appelli che da più parti, Pio XII in testa, chiedevano la liberazione del prigioniero. Il caso Stepinac divenne ben presto un affare internazionale (dall’Inghilterra intervenne anche Churchill) che rischiava di ritorcersi pesantemente contro Tito, sempre più isolato dopo che aveva rotto i ponti con Mosca. Alla fine il dittatore, sotto la pressione mondiale, concesse gli arresti domiciliari. Stepinac fu trasferito a Krasic, il suo paese natale, sotto continua sorveglianza della polizia. Ma lo schiaffo al regime doveva venire con l’elevazione alla porpora di Stepinac, creato cardinale da Pio XII nel concistoro del 12 gennaio 1953. Tito prese la nomina come un’offesa personale e “ruppe” con il Vaticano. Mons. Silvio Oddi, allora unico rappresentante della Santa Sede come incaricato d’affari presso la nunziatura di Belgrado, fu espulso, ultimo diplomatico vaticano a lasciare la “cortina di ferro”. A Stepinac le insegne cardinalizie vennero recapitate a domicilio. Non volle andare a Roma, sotto la minaccia di vedersi rifiutare l’ingresso in patria al ritorno, né accettò mai l’idea della sua liberazione purché lasciasse per sempre il territorio iugoslavo. Rimase coraggiosamente al confino, strettamente sorvegliato, senza poter riprendere il suo posto a Zagabria. Morì minato da numerosi mali contratti durante la prigionia e forse (ipotesi tutt’altro che inverosimile) avvelenato lentamente dai suoi carcerieri che non vollero mai rendere noti i risultati dell’autopsia. Le tappe del suo calvario sono ripercorribili nei vecchi Annuari pontifici dove le brevi note biografiche si concludono immancabilmente, per 14 anni di seguito, con le annotazioni “in prigione”, “confinato”, “impedito”.Nato l’8 maggio 1898 a Krasic, ordinato nel 1930, eletto alla Chiesa titolare di Nicopsi nel 1934, fu consacrato vescovo il 24 giugno dello stesso anno; successe per coadiuzione il 7 dicembre del 1937 alla sede metropolitana di Zagabria, uno degli arcivescovi più giovani, allora come oggi, alla guida di sedi altrettanto prestigiose. Giovanni Paolo II, in visita pastorale nella Croazia ormai indipendente, lo ha proclamato beato il 3 ottobre 1998 davanti al santuario di Marija Bistrica. Quello stesso santuario al quale per diversi anni, prima del suo arresto, Stepinac aveva guidato i pellegrinaggi del popolo croato.

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