Non ci si può dividere

Mons. Pierre Dumas, vescovo e presidente di Caritas Haiti

180.000 morti già sepolti, 200.000 ancora sotto le macerie, 195.000 feriti, 1 milione di senza tetto, 1 milione e mezzo di sfollati che cercano riparo verso l’interno, Port-au-Prince distrutta al 75% e Legane al 90%. E all’interno della Chiesa cattolica, oltre a chiese, scuole e ospedali completamente distrutti, 30 seminaristi diocesani, 20 seminaristi religiosi e 45 suore tra le vittime, più l’arcivescovo di Port-au-Prince mons. Serge Miot e il rettore del seminario diocesano. In totale 3 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto umanitario. È il tragico bilancio della distruzione portata dal terremoto fornito da mons. Pierre Dumas, presidente di Caritas Haiti e vescovo di Anse-À-Veau et Miragoâne, in questi giorni a Roma. Mons. Dumas ha incontrato il 3 febbraio Benedetto XVI in Vaticano, al quale ha chiesto un aiuto per “ricostruire con urgenza chiese e spazi di accoglienza per le persone”. Alla comunità internazionale ha chiesto invece di “umanizzare gli aiuti” e coinvolgere la Chiesa locale e la popolazione haitiana in tutte le fasi della ricostruzione. Intanto preti e suore dormono in strada e tra la gente, amministrando i sacramenti e celebrando messa accanto al loro popolo. Finora la rete Caritas ha fornito aiuti a 140.000 persone: cibo, acqua, assistenza sanitaria, servizi igienici e alloggi temporanei. “Aiuti mirati – precisa una nota di Caritas italiana -. Lontani dai riflettori, ma accanto alle persone, con rispetto e discrezione”. L’obiettivo è raggiungere entro due mesi 200.000 persone solo per questa fase di emergenza, con aiuti per 31 milioni di euro. Proseguirà poi il piano di ricostruzione a medio e lungo termine.

No a polemiche e militarizzazione aiuti. “No alle polemiche che dividono, alla militarizzazione e alla burocratizzazione degli aiuti. Se si vuole aiutare veramente la popolazione haitiana, bisogna ascoltarla e accompagnarla, non sostituirsi ad essa o abbandonarla. C’è spazio per tutti, ogni gruppo o Paese trovi il suo posto”: ha usato parole chiare e nette mons. Dumas, lanciando un appello diretto al “Premio Nobel della pace Obama”, ricordandogli che “se Haiti 200 anni fa non avesse lottato per l’indipendenza forse oggi lui non sarebbe presidente degli Stati Uniti”. Il governo Usa, a suo avviso, “ha fatto alcuni passi ma potrebbe fare molto di più”, cioè “rendere l’aiuto effettivo per raggiungere veramente il popolo haitiano. Perciò bisogna evitare la militarizzazione degli aiuti”. “Non è il tempo delle polemiche – ha sottolineato -, ma di aiutare concretamente il popolo di Haiti, che chiede molta solidarietà e compassione – ha affermato -. Non ci si può dividere proprio al capezzale del malato. Mi riferisco alle polemiche sulle adozioni, sulla militarizzazione degli aiuti, sulla mancanza di presenza effettiva del governo haitiano. Bisogna aiutare questo popolo a risollevarsi per essere di nuovo protagonista della propria storia. Tutti i giudizi negativi, le speculazioni e le interpretazioni non sono benvenute”.

Immagine falsata sui media. “Le persone sono traumatizzate dai lutti e dalla paura – ha raccontato il vescovo – e ancora si feriscono e rompono braccia e gambe a causa dell”after choc’, cioè le reazioni incontrollate ad ogni sussulto. Il Paese è bloccato, collassato sotto il peso di un dramma incredibile. Ma non è vero che gli haitiani sono un popolo violento come è stato spesso rappresentato dai media. Nonostante le carceri siano andate distrutte e 5.000 carcerati siano ora liberi, non è vero che il tasso di violenza è più alto di prima. E questo nonostante la polizia haitiana abbia perso sotto le macerie la metà del suo personale. La reazione della gente è stata molto umana e pacifica”.

Adozioni solo se in regola. “Non fare adozioni senza documenti ma aspettare le leggi”. È l’altro appello di mons. Dumas. “È vero che il governo è diventato molto debole – ha precisato – ma si può contattare il ministero sociale. Nessuno può approfittare di questo popolo per fare traffici, sarebbe una grande pazzia. Bisogna rispettare la dignità di questi bambini. È importante sostenere anche le famiglie ad Haiti se i bambini hanno ancora dei familiari o parenti invece di portarli fuori. Oppure si può pensare, per i bambini con situazioni particolari, a mandarli all’estero con il controllo dello Stato e di gruppi della protezione civile”. Mons. Dumas ha ricordato la necessità di tutelare le categorie più fragili, “bambini, donne incinte e anziani”. Una situazione drammatica come questa, ha sottolineato, “è un’occasione per superare pregiudizi e rivalità e far emergere ciò che di buono c’è nel cuore dell’uomo”: “Ho visto medici cubani e americani lavorare insieme, e molto aiuto e disponibilità da parte dei dominicani, che normalmente non amano molto gli haitiani. Forse questa esperienza drammatica ci può insegnare che siamo tutti uguali e che dobbiamo smetterla di alimentare divisioni. Vogliamo ripartire con un nuovo modo di vedere le cose. Ma per ottenere questo obiettivo chi ci aiuta deve anche ascoltarci”.

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