Giovane donna

Pensieri a un anno dalla morte

Un anno fa, alle 19.35 del 9 febbraio, moriva a Udine una di noi: Eluana Englaro. Sì, Eluana era diventata una di noi. Una ragazza vittima di un gravissimo incidente stradale, rimasta in stato vegetativo persistente in una casa di cura di Lecco dove è stata accudita amorevolmente per tanti anni, con assoluta e disinteressata generosità, dalle suore misericordine. Una giovane donna per la quale il padre, con lucida determinazione, ha chiesto e ottenuto dalla magistratura italiana un decreto per la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione. Per noi, divenuti suoi “amici”, in ogni angolo d’Italia, più semplicemente le venivano tolti l’acqua e il cibo, il poco che le serviva per continuare a vivere.
Quando la notizia della morte di Eluana si propagò come un fulmine, a Udine c’era chi sostava in preghiera dinanzi alla casa di cura “La Quiete” dov’era ricoverata per quella che, a tutti gli effetti, si configurava come una forma di eutanasia passiva.
La notizia fu un colpo al cuore e cadde nel silenzio sgomento di chi si sentiva sconfitto: una vita era stata spenta per decreto. Era la prima volta che accadeva nella storia repubblicana. Il sapore della sconfitta, dopo mesi e mesi di mobilitazione in favore di Eluana, era tangibile. Eppure, proprio da quelle ore terribili, in cui tutto sembrava perduto, è scaturita una forte azione comunitaria che ha portato l’intero laicato cattolico italiano a riflettere, mediante la campagna “Liberi per vivere”, sul valore della vita, soprattutto nella sua fase finale e in condizione di estrema fragilità.
Oggi, a distanza di un anno, il mondo cattolico italiano ha forse maturato una maggiore sensibilità e avvertenza sul tema del fine vita, ma le insidie sono tante. Forte è la tentazione di dimenticare, di illudersi che una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento possa fare chiarezza definitiva sulla fase finale della vita, soprattutto quando una malattia viene ad abbreviare i giorni.
Ma ciò che si sta verificando in queste ore è già un presagio di quanto accadrà il 9 febbraio. Le parole di Beppino Englaro, purtroppo, non lasciano scampo. Eluana non può riposare in pace: è destinata a diventare un’icona dell’autodeterminazione assoluta, anzi l’eroina del diritto di morire, presunta nuova frontiera dei diritti civili. Noi, invece, ricordiamo Eluana come una giovane donna che avrebbe potuto continuare a vivere, chissà per quanto tempo ancora, solo che il padre l’avesse lasciata nelle mani misericordiose delle suore di Lecco. Aspettando così che la vita e la morte avessero il loro corso naturale.
Quanto basta per concludere, con sofferenza, che l’Italia e gli italiani non possono avere una memoria condivisa di Eluana. Un’altra offesa, purtroppo, per quella povera ragazza. Un’altra occasione bruciata in nome dell’ideologia della dolce morte.

Domenico Delle Foglie

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