Perché anche in Europa?

Su lavoratori e disoccupati il peso dell'uscita dalla crisi

La crisi economico-finanziaria in Europa sta davvero volgendo al termine come dicono? A sentire le Banche Centrali, ormai unici timonieri di una politica finanziaria comune che con la politica economica e la politica tout court ha poco a che fare, pare di sì. La curva discendente è iniziata. Almeno per quanto concerne i conti pubblici della maggior parte dei Paesi dell’Eurogruppo. Non tutti, però (vedi Grecia e Spagna, ad esempio), e dal momento che la zona dell’Euro dovrebbe essere un tutt’uno solidale… anche chi si vede già fuori in realtà dovrà aspettare.Tempi di attesa a parte, gli interrogativi che abbiamo oggi il dovere di porci sono almeno due: a quale prezzo si ottiene il risanamento dei conti pubblici? E con quali ripercussioni per il presente ed il futuro di milioni di lavoratori?Mettere ordine nelle casse dello Stato implica una serie di azioni: combattere gli sprechi della pubblica amministrazione; porre in essere una politica fiscale equa che si impegni come deve nella lotta all’evasione; incentivare la creazione di posti di lavoro; mettere ordine al welfare; migliorare quantitativamente e qualitativamente l’istruzione e la formazione. Oltre ovviamente ad investire in infrastrutture e competitività per far fronte ad una concorrenza agguerrita che vende sempre più grazie a politiche del lavoro “discutibili” ed a prezzi bassi. Ma ognuno fa la sua strada, l’Europa ed il cosiddetto mondo industrializzato percorrevano la stessa fino solo pochi decenni orsono. Buona volontà ed onestà a parte, il comune denominatore per passare dalla teoria alla pratica si chiama disponibilità di risorse finanziarie. Le quali, essendo alquanto scarse, debbono essere trovate sui mercati finanziari e bancari. Ricapitolando: gli Stati per riappianare il debito pubblico si indebitano con le istituzioni finanziarie internazionali, le imprese per sopravvivere (non più per crescere) si indebitano presso le banche. Nuovi debiti per far fronte a vecchi debiti: come politica economica del III millennio non c’è male.La crisi mondiale, l’indebitamento che invece di ridursi aumenta, il costo del lavoro eccessivo: inevitabilmente, la disoccupazione cresce. E più un Paese (l’apparato statale, le imprese, le famiglie) viveva al di sopra delle proprie possibilità, più la perdita di posti di lavoro si è fatta sentire. E continuerà a farsi sentire, dal momento che se è vero come è vero che il picco della crisi è alle spalle per le banche centrali ed i governi, altrettanto non può dirsi per le ripercussioni della crisi sui cittadini. Economisti ed analisti sono concordi su questo punto: il 2010 si prospetta peggiore del 2009, la curva della disoccupazione sale ancora, spinta dalla ricetta tanto obsoleta quanto cara alla Zona dell’Euro di ridurre gli stipendi pubblici (anche i più bassi) ed elevare la pressione fiscale. Il che, considerata l’immigrazione oramai difficilmente regolabile, suona come un campanello d’allarme non più sottovalutabile.Viene da chiedersi perché anche in Europa si è arrivati a questo punto. Nonostante la Moneta Comune (senza la quale staremmo molto peggio…), nonostante il miglior sistema sociale al mondo, nonostante la vivacità del tessuto produttivo. Forse troppe carte bianche sono state concesse alla Banca Centrale Europea ed alla Commissione in tema di crescita e di stabilità; forse non basta mettere assieme le finanze, se poi l’economia e la gestione dello sviluppo economico – che non si improvvisano – rimangono in capo ai partiti, e non agli esperti; forse troppo mercato, e poca attenzione al cittadino; forse l’incapacità di stare con i piedi per terra da parte di chi per anni ha creduto di volare grazie ai prestiti concessi con colpevole facilità dalle banche. Ed ora? Non siamo esperti, ma a leggere tabelle e statistiche qualche soluzione esiste: ridurre gli sprechi pubblici della metà basterebbe in pochi anni a risanare un quarto del debito; recuperare la metà dell’evasione fiscale equivarrebbe a risanare nel giro di dodici mesi più della metà del debito. Azzerare o quasi l’evasione significa eliminare l’indebitamento. E quindi trovare risorse per l’occupazione stabile ed il benessere dei cittadini. È una questione non di mezzi né di contingenze globali, bensì di priorità. E dunque di scelte. Per fortuna si tratta ancora di una scelta libera, basta la volontà di farla.

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