Come un piccolo Davide

La catastrofe, la solidarietà internazionale e la fede della gente

Non si arresta purtroppo il conteggio delle vittime del terremoto che ha devastato Haiti il 12 gennaio scorso. Il bilancio ufficiale di 200 mila morti, diffuso dal governo caraibico, è destinato ancora a salire man mano che si scava fra le macerie. Intanto, prosegue l’opera di soccorso che testimonia la solidarietà di tutto il mondo per questo popolo. Sulla situazione abbiamo chiesto un commento a padre Joseph Philor, haitiano, assistente generale dei Missionari della Compagnia di Maria (Monfortani).

Come ha vissuto il sisma?
“Non ero ad Haiti quel giorno. Stavo rientrando da una visita di Congregazione in Congo, ma quando ho appreso la notizia mi sono sentito ugualmente sulla croce con il mio popolo, letteralmente annichilito, senza voce, incredulo. Ho messo il Paese, i miei confratelli, la mia famiglia e i miei amici nelle mani di Dio. Per me, a distanza, l’incertezza sulla loro sorte è stata davvero angosciosa. Le notizie arrivavano con il contagocce e l’attesa era snervante. Le comunicazioni telefoniche erano interrotte e non potevo avere notizie direttamente dai miei confratelli. Sono rimasto 24 ore su 24 davanti alla tv tramite la quale ho scoperto l’ampiezza dei danni e delle perdite… Ancora oggi non so nulla di alcune persone…”.

In quali aree del Paese è presente la vostra Congregazione?
“Ad Haiti, dal 1871, è presente la prima missione ‘ad gentes’ della Congregazione della Compagnia di Maria, oggi siamo attivi in tre diocesi. La diocesi madre di Port-de-Paix, Gonaïves e Port-au-Prince. All’esterno siamo presenti a Nassau Bahamas e à Saint Martin e Guadeloupe. Su una sessantina di confratelli i missionari stranieri sono due: un francese e un canadese. Il nostro punto di forza è l’evangelizzazione attraverso le missioni popolari, ma siamo impegnati anche a livello educativo (scuola primaria e secondaria e formazione professionale dei ragazzi abbandonati) e sanitario, nell’accompagnamento e sostegno dei contadini senza terra, nel rimboschimento e conservazione del suolo”.

Quale il bilancio delle perdite subite?
“Nella provincia di Haiti abbiamo perso dieci giovani seminaristi, quasi al termine degli studi, e un prete formatore. Tra le congregazioni maschili e femminili presenti siamo stati i più colpiti. Il formatore è morto nel crollo della nostra casa d’accoglienza; i giovani erano studenti di teologia al Cifor (Istituto inter-congregazione). Uno di loro, studente in Perù per un’esperienza internazionale, era ritornato ad Haiti in vacanza… e vi ha trovato la morte… Diversi i confratelli feriti. La maggior parte delle nostre case è crollata, ma tutto il Paese è da ricostruire: non c’è famiglia che non sia stata colpita. Il Paese piange e dovrà soffrire a lungo dal punto di vista fisico, spirituale, psicologico, morale e sociale”.

Come è ora la situazione e quali sono le condizioni della popolazione?
“La situazione è ancora lontana dalla stabilizzazione; centinaia di migliaia di haitiani sono per strada, raggruppati in campi di fortuna o alloggiati nei cortili delle case e delle scuole… Un gran numero di sopravvissuti ha lasciato la capitale per raggiungere le campagne e le città di provincia, ma lì preoccupa la mancanza di infrastrutture d’accoglienza”.

Come valuta la distribuzione degli aiuti umanitari?
“A livello di Port-au-Prince e con la collaborazione delle Congregazioni religiose, dei preti della capitale e di alcune organizzazioni di laici, mi sembra ben organizzata, ma molte persone non ne possono beneficiare perché troppo deboli o lontane dalle aree di distribuzione. Il problema grave è che i responsabili non tengono conto della gente fuggita in massa dalla capitale e rimasta priva di soccorsi. Soltanto in questa settimana ho ricevuto centinaia di messaggi provenienti da città di provincia dove i Monfortani hanno la loro missione, con richieste di aiuto alla Casa generalizia. Già in tempi di normalità non sempre abbiamo i mezzi per rispondere a tutte le difficoltà; ora dopo la catastrofe è ancora peggio!”.

Il vostro lavoro – come quello di ogni Chiesa nelle emergenze – non è solo umanitario: come viene vissuta dal punto di vista spirituale questa tragedia dalla popolazione?
“Attraverso questa catastrofe Gesù ci parla e ci lascia un segno forte: la chiesa del Sacro Cuore è crollata, ma la croce rimane in piedi, intatta. È un simbolo che ci rimanda oltre. Cristo ci vuole dire che Lui è lì malgrado tutto e niente Lo può distruggere. Tutte le persone strappate alla vita e la morte di alcuni ritenuti in stato di grazia ci interpellano. I morti sono crocifissi con Lui; e con Lui sono vivi nei tanti tabernacoli, pieni di ostie consacrate, disseminati in questi luoghi di catastrofe. Un amico mi ha inviato un messaggio che diceva: ‘Ho toccato con mano la fede di questo popolo che viene chiamato il più povero dell’America, e ho avuto modo di apprezzare il senso di condivisione che attraversa ancora il cuore della gente’. Sì, dobbiamo passare attraverso la croce per rifondare l’unità tra noi come popolo e vivere tale unità a partire dalla testimonianza della fede. L’unità durerà se permetteremo al ‘caposquadra’ di mettervi mano per primo”.

Vuole esprimere un ultimo pensiero o un auspicio?
“Sì, vorrei ringraziare tutte le nazioni del mondo per la generosità dimostrata verso questo Paese che resta nella storia come un piccolo Davide. Tuttavia devo sottolineare che sono molto dispiaciuto vedendo morire tanti poveri nonostante la grande generosità internazionale. Sono veramente colpito. Come di consueto, sembra che gli aiuti ricevuti non facciano che arricchire i ricchi mentre i veri poveri muoiono di fame… Mi auguro che anzitutto si passi attraverso i diversi responsabili della Chiesa per essere certi che almeno questa volta i poveri vengano ‘serviti’… Spero inoltre che dopo la fase degli aiuti il mio Paese venga anche accompagnato nel processo di ricostruzione affinché si possano prevenire altre simili catastrofi e stragi di vite umane”.

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