Una scommessa profetica

Presentato a Parigi il volume "I vescovi e la nuova Europa"

Alla presenza dell’arcivescovo di Parigi, card. André Vingt-Trois e del nunzio, mons. Luigi Ventura, si è svolta all’Institut Catholique di Parigi, la sera di giovedì 21 gennaio, la presentazione de “I vescovi e la nuova Europa. Testi ufficiali del Ccee (1992-2006)”, libro edito dalla casa editrice francese “du Cerf”.Un frutto del Concilio Vaticano II. Usciva nell’ottobre 1991, con prefazione del card. Carlo Maria Martini, allora presidente del Ccee, il volume “I vescovi d’Europa e la nuova evangelizzazione” che raccoglieva e presentava i primi vent’anni di storia del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), fin dai primissimi passi compiuti durante e subito dopo il Concilio Vaticano II, per iniziativa del card. Roger Etchegaray. Era quasi un libro-testimonianza, scriveva il card. Martini: esso “permetterà a molti cristiani di rendersi conto degli sforzi considerevoli espressi dalle Conferenze episcopali d’Europa, nonostante le difficoltà incontrate per tanto tempo dalla separazione fra l’Est e l’Ovest”. A due anni di distanza dalla caduta del muro, il cardinale parlava di “nuove responsabilità” e di una “autentica sfida lanciata a tutti per ricostruire l’Europa. I cristiani e le Chiese devono portarvi il loro contributo, senza mai dimenticare la loro specifica missione di dire Gesù Cristo ai nostri contemporanei”. Oltre i muri, in un’Europa che pone sfide sempre nuove. Sono trascorsi altri quindici anni da quel volume, ed è uscita quest’anno una seconda parte della storia del Ccee, quella che presenta, attraverso atti e documenti, gli anni 1992-2006. “Scorrendo le pagine del volume – ha detto a Parigi mons. Aldo Giordano, che è stato segretario del Consiglio proprio negli anni compresi dal testo – s’intravede la storia di 15 anni dell’Europa: la tragedia della guerra nei Balcani, la questione del rapporto tra l’Est e l’Ovest dell’Europa dopo la caduta del muro, il difficile, ma inesorabile processo di unificazione, l’avviarsi con speranza verso il nuovo millennio, quindi le nuove sfide: dal terrorismo all’emergere di colossi come la Cina sulla scena geopolitica mondiale”. In questi anni, ha aggiunto mons. Giordano, che ora è osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, “abbiamo assistito all’accelerazione della riduzione del tempo. I cambiamenti sono sempre più veloci. Sono soprattutto le scienze e la tecnica che impongono con rapidità incredibile nuove situazioni e nuovi problemi”. Ed ha raccontato: “Quando ho iniziato nel 1995 il servizio in Europa, pochissime Conferenze episcopali avevano una commissione di esperti di bioetica per discutere di embrioni, cellule staminali, clonazione… Ora è una priorità per ogni Conferenza, dato che i temi in gioco toccano la stessa visione della persona umana e il suo futuro. La velocità artificiale dei cambiamenti ha portato a perdere i ritmi che scandivano il tempo, ereditati dalla tradizione e legati alle vicende della natura: dell’anno, delle stagioni, delle settimane”. Più in profondità ancora, il tempo si é ridotto perché si sono sgretolate le sue stesse dimensioni: “Tendiamo ad obliare il passato perché il passato ci mostra che tutto, anche ciò che è più sacro, passa e cade inesorabilmente nel nulla. Il futuro é entrato in crisi davanti al problema ambientale, la crisi finanziaria, l’annebbiarsi del senso. Ma anche l’oblio del futuro è legato alla coscienza che l’unico futuro certo è quello della morte. Sull’uomo europeo di oggi sembra che il cielo si sia chiuso. Siamo costretti ai limiti del terrestre, a speranze ‘corte’. È la questione del tempo e dell’Eterno”. In “questo contesto”, ha concluso mons. Giordano, “si comprende perché il vero filo d’oro del volume é la continua ricerca dei vescovi di testimoniare che esiste una ‘buona notizia’ per gli europei, un ‘vangelo’ che risponde al desiderio di senso, di verità, di amore, di bellezza che abita i cuori”.Una logica diversa. Il Ccee esiste in Europa proprio per testimoniare che esiste ancora un senso che può far vedere che in realtà il cielo è aperto sull’uomo europeo. Nato in un’Europa divisa, è stata una “scommessa profetica” della Chiesa sul nostro continente, che ha saputo superare i muri di divisione prima del loro crollo effettivo. Ha detto l’arcivescovo di Parigi, il card. André Vingt-Trois: “La Chiesa ha scelto una logica diversa da quella politica: il Ccee è andato oltre la missione politica. Giovanni Paolo II era convinto che il muro sarebbe crollato e sapeva che comunque c’era un organismo che permetteva i rapporti tra Est e Ovest”. Per il cardinale, “questo organismo deve continuare a favorire la collaborazione anche tra gli Stati, grazie al fatto che esso ha un influsso, libero da qualsiasi potere economico”, e al fatto che “tra le Conferenze episcopali, che vivono una ecclesiologia di comunione e non di amministrazione, c’è parità di identità ecclesiale”.Quale futuro? Anche Francesco Margiotta Broglio, ordinario di storia delle relazioni tra Stato e Confessioni religiose alla Facoltà di scienze politiche dell’Università di Firenze e presidente del Comitato giuridico dell’Unesco, ha ricordato il significato chiave “del ruolo di Giovanni Paolo II, che ha compreso l’importanza di questa istituzione e ne ha voluto la riforma istituzionale” che ha fatto sì che fossero i presidenti stessi delle Conferenze episcopali a diventare membri del Consiglio, attribuendo così a questo organismo un ruolo, un peso e un’autorevolezza molto maggiori. “Il Ccee – ha notato Broglio – è rimasto fedele alla vocazione d’origine, di essere spazio di comunione, nonostante abbia ora una complessità maggiore per adattarsi alla situazione storica”. Oltre ai temi ricordati da mons. Giordano, “i vescovi trattano ora anche delle questioni politiche, prima riservate alla segreteria di Stato”. Facendo eco alla questione posta da mons. Giordano circa la necessità, che un giorno si porrà, di considerare seriamente le relazioni tra Ccee e Comece, il docente ha concluso: “Ci sarà un giorno un’unica Conferenza episcopale europea?”.

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