Limpido e vero” “

Il giornalismo insegnato dal direttore di "Avvenire" negli anni Settanta

"Domani la vita potrebbe privarci, scrittori, poeti, giornalisti, delle mani, della parola, della penna, ma niente può privarci del nostro essere cristiani: tutto è subalterno a questa nostra vocazione, a questa capacità di essere comunità". Così Angelo Narducci (L’Aquila, 17 agosto 1930 – Milano, 10 maggio 1984), direttore di "Avvenire" negli anni Settanta, scriveva in un suo editoriale dove cercava di richiamare i cattolici all’unità. La figura del giornalista è stata ricordata il 27 gennaio a Roma, presso la Radio Vaticana, per la presentazione del libro "Angelo Narducci e ‘Avvenire’. Storia di un giornalista, poeta, politico con l’ansia di essere cristiano" (ed. Aracne), di don Giuseppe Merola, dottore di ricerca all’Università Pontificia Salesiana di Roma e docente di dinamica della comunicazione all’Istituto superiore di scienze religiose di Capua. Promosso dall’Ucsi Lazio, l’incontro è stato moderato da don Giuseppe Costa, direttore della Libreria editrice vaticana. Il volume ripercorre la nascita di "Avvenire" e ricostruisce la biografia di Narducci approfondendo il ruolo che vi ha svolto negli anni cruciali dell’avvio del giornale, per analizzare, infine, il linguaggio dei suoi editoriali. "Uno studio – ha spiegato Merola – dal cui emerge una figura coerente con il Vangelo e lo stile di un giornalista in grado di fare da collante tra i cattolici e porsi in dialogo con i non credenti".

Quel timbro ancora vivo. "La stampa cattolica deve rifiorire. Vorremmo che la sua voce fosse più forte e più concorde". Nel 1963 Paolo VI delineava così il progetto di un quotidiano nazionale dei cattolici. Nove mesi dopo la nascita di "Avvenire" Narducci, suo secondo direttore (il primo fu Leonardo Valente), diventava "esecutore" di quel "programma". Lo ha illustrato Angelo Scelzo, segretario del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, all’epoca giornalista nel quotidiano. "Uomo dal talento poliedrico" – così lo ha definito – Narducci fu alla guida del giornale dall’anno della strage di piazza Fontana, restandone al timone nei delicati anni del post-Concilio, delle battaglie per la famiglia e la vita (i referendum sul divorzio e l’aborto), del terrorismo e delle Brigate Rosse. Temi che Narducci toccava "sentendo tutta la responsabilità di quel momento, avvertendo il pericolo del deterioramento di una cellula importante in una società italiana che stava affrontando una crisi terribile". Poi ci fu il rapimento di Aldo Moro, "suo grande amico", vicenda per cui sentì "un grande tormento", e che nei suoi editoriali "affrontò sempre facendo prevalere il cristiano". Anni "non facili" insomma, in cui Narducci, ha ricordato Scelzo, riuscì a fare di "Avvenire" un "punto di riferimento per i cattolici" imprimendo "quel timbro che è vivo ancora oggi".

Un cattolico in dialogo. "Eravamo estremamente consapevoli del nostro ruolo: giornalisti cattolici in un giornale cattolico, ma aperto al dialogo con gli altri". Ha ricordato Angelo Paoluzi, successore di Narducci, suo grande amico (all’epoca era capo della redazione romana) e autore della prefazione del libro di Merola. "Gli anni del referendum sul divorzio – ha ricordato – produssero divisioni anche all’interno del mondo cattolico. Ma Angelo nei suoi editoriali riusciva a coinvolgersi con un equilibrio incredibile, al punto di meritarsi il rispetto degli avversari più accaniti, i radicali, e nello stesso tempo ad imporre una direttiva ai cattolici spesso confusi e sbandati". Di Narducci, Paoluzi ha sottolineato anche "la grande capacità di fare sintesi, non soltanto rispetto alle questioni inerenti al rapporto Stato e Chiesa, ma anche rispetto agli eventi internazionali, con un’apertura capace di uscire dai confini italiani". L’amico ha ricalcato poi "il rapporto di grande schiettezza che aveva con tutti i giornalisti" e la tempra umana: "disponibile all’ascolto, capace di comprensione", "un carattere dolcissimo, ma con la determinazione dell’abruzzese".

La sua eredità. "Fare un giornalismo d’opinione e d’informazione guardando all’uomo nella sua interezza": questa l’eredità lasciata da Narducci e sintetizzata da Marco Tarquinio, attuale direttore di "Avvenire". "Le attuali battaglie per la difesa della persona – ha sostenuto – sono quelle che erano nel Dna del quotidiano". Allora era l’aborto, il divorzio, venendo ai tempi recenti, la fecondazione assistita, l’eutanasia, la famiglia. "Da giornalisti e da cattolici ci siamo ritrovati anni dopo in ‘Avvenire’, con gli stessi avversari di allora: coloro che si erano battuti per il ‘no’ alla vita, che però adesso capovolgono il senso dei loro progetti (dalle manipolazioni di laboratorio, alle spinte per l’eutanasia) facendo apparire noi come quelli che dicono ‘no’ alla vita. I ‘sì’ e i ‘no’ non sono più chiari come all’epoca dell’aborto, si fa confusione. Ci troviamo a dover paralare di qual è il rispetto che va riconosciuto all’uomo. Compito a volte difficile". "Narducci – ha concluso Tarquinio – arrivava a dire che è l’innocenza a salvarci. Da cattolici dobbiamo continuare a fare un giornalismo innocente, capace di essere limpido e vero".

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