Non manchi la prudenza

La Corte di Strasburgo tra sussidiarietà e diritto europeo

“La prudenza, una virtù da coltivare presso la Corte europea dei diritti dell’uomo”: questo il titolo (e le conclusioni) della riflessione di Pierre de Charentenay, gesuita e direttore della rivista francese di cultura contemporanea “Études”, ospitata dal quotidiano cattolico “La Croix” (4 gennaio 2010). Al centro delle considerazioni dello studioso il dibattito sul “reale contenuto” dei diritti fondamentali dell’uomo, i limiti della sussidiarietà e i principi del diritto europeo.I casi italiano, spagnolo e irlandese. “ In tre riprese la Corte europea dei diritti dell’uomo, emanazione del Consiglio d’Europa di Strasburgo, si è distinta presso l’opinione pubblica”, osserva de Charentenay, rammentando che la Corte ha di recente condannato l’Italia “che ancora ‘tollera’ i crocifissi nella scuola pubblica; è stata invocata da alcuni spagnoli per rifiutare gli stessi crocifissi nelle scuole pubbliche” ed è stata interpellata “da alcuni irlandesi, desiderosi che il proprio Paese sia condannato perché respinge una legislazione favorevole all’aborto”. La Corte di Strasburgo, spiega l’autore dell’articolo, “è da diversi anni oggetto di intensa attività di lobbying da parte di gruppi che tentano di influenzare i propri Paesi tramite le ingiunzioni provenienti da un’istanza superiore, la Corte stessa”. E’ giustificato, ammette il direttore di “Études”, che la mancata garanzia di alcuni diritti fondamentali in uno dei 47 Paesi del CdE possa costituire oggetto di ricorso presso la Corte europea. Per tale motivo, ad esempio, “la Francia è stata condannata per i maltrattamenti subiti da alcune persone in stato d’arresto nei suoi commissariati”, e proprio l’influenza di questa Corte è riuscita ad impedire l’esecuzione del leader curdo Ocalan, condannato a morte dalle autorità turche. Nondimeno, precisa padre de Charentenay, “le vicende più recenti hanno visto la Corte intervenire nella gestione nazionale di questioni riguardanti tradizioni locali”. Chiarire il “contenuto” dei diritti fondamentali. L’Italia e la Spagna, afferma, “sono Paesi in cui la pratica cattolica è generalizzata”. Certamente “oggi accettano il pluralismo religioso, ma bisogna condannarli perché non hanno ancora tolto tutti i crocifissi dai luoghi pubblici, in particolare dalle aule scolastiche?”. In Italia e in Spagna, assicura , la libertà religiosa, non “viene schernita dalla presenza dei crocifissi nei luoghi pubblici”; tale presenza costituisce “piuttosto “l’espressione di una cultura particolare ed è un segno di identità nazionale”. In questi due casi, secondo il gesuita, “la Corte dovrebbe essere interrogata sul suo rispetto della sussidiarietà”. Richiamando al riguardo il confronto apertosi all’interno del Parlamento europeo – nella plenaria del 14-17 dicembre scorso gli eurodeputati avrebbero dovuto, tra le altre cose, votare le risoluzioni sul principio di sussidiarietà ispirate dalla suddetta sentenza di Strasburgo sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, richiesta di voto viceversa rinviata alla sessione attualmente in corso fino al 21 gennaio, ma respinta il 18 gennaio dall’Aula -, l’autore dell’articolo sottolinea le profonde divisioni in materia all’interno dell’Euroassemblea e afferma che “questo dibattito mostra l’ambiguità delle decisioni della Corte”. Essa, precisa, “deve intervenire negli ambiti in cui i diritti fondamentali non vengano applicati da uno dei 47 Stati membri, ma non è chiaro quale sia l’esatto contenuto di tali diritti, e dunque il suo ambito di intervento”. Un atteggiamento di prudenza. Andando oltre la questione dei simboli religiosi nelle scuole, padre de Charentenay si chiede se l’aborto, il matrimonio omosessuale o l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso siano da ritenersi diritti fondamentali, e spiega che, sollecitando l’intervento della Corte di Strasburgo, “alcune lobby vogliono costringere le legislazioni nazionali a rispondere affermativamente a tali interrogativi, qualora il dibattito nazionale li respinga”. L’Irlanda non ha legalizzato l’aborto: “spetta alla Corte europea – domanda l’autore dell’articolo – costringerla a farlo andando così contro la cultura locale e il dibattito nazionale? Chi fa la legge in tale ambito? Il Parlamento nazionale o un’istanza europea?”. Quest’ultima questione, secondo il gesuita, sollecita due ulteriori dibattiti: “quali sono i limiti della sussidiarietà?”. E ancora: “quali sono i principi del diritto europeo che permetterebbero a quest’ultimo di rendere legale in un Paese particolare ciò che non lo è?”. “Questioni essenziali su cui il dibattito rimane aperto. Anziché voler intervenire in nome di principi che a livello nazionale non verrebbero compresi” e che “costituiscono giustamente oggetto di discussione, sarebbe importante – conclude il direttore di “Études” – che la Corte di Strasburgo assumesse nel merito un atteggiamento di prudenza e riserbo”.

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