Poveri “inattesi”

Sempre più famiglie si rivolgono ai Centri sul territorio

Il 2010 è stato proclamato dall’Unione europea “Anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione sociale”. Per le Chiese europee, e in particolare per le Caritas, è un’occasione per fare sentire unitariamente la propria voce a favore dei poveri e degli emarginati. Benedetto XVI visiterà l’ostello della Caritas diocesana “Don Luigi Di Liegro”, in via Marsala, a Roma, domenica 14 febbraio (memoria di Cirillo e Metodio, santi patroni d’Europa). La Comece (Commissione degli episcopati dell’Ue) ha invitato tutti i vescovi europei a compiere un “gesto simbolico” nelle proprie diocesi, il 14 febbraio o durante la stessa settimana. Invito raccolto e rilanciato in questi giorni da mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ha inviato una lettera a tutti i vescovi italiani. Abbiamo rivolto alcune domande a mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, che denuncia un aumento del 20% negli ultimi due anni, soprattutto al Sud, delle persone che chiedono aiuto ai Centri d’ascolto.

In seguito alla crisi economica sono aumentate le persone che si rivolgono alle Caritas? Quali differenze territoriali?
“In base alle testimonianze provenienti dalle delegazioni regionali Caritas si evidenziano alcuni aspetti di tendenza della crisi economica nel nostro Paese: al Nord si tratta di una ‘povertà inattesa’, che si riflette soprattutto nell’esplosione della cassa integrazione, nel mancato rinnovo dei contratti a termine e di lavoro interinale, nella forte crescita dell’iscrizione al collocamento e alle liste di mobilità, nel calo delle assunzioni. Maggiormente colpiti sono i pensionati con reddito basso, le famiglie disgregate, in situazioni difficili, con genitori separati; al Centro si tratta invece di una ‘povertà discreta’, sommersa e dignitosa, tuttavia significativa nell’insieme di un territorio che, per diversi aspetti, era già in sofferenza da tempo; nel Mezzogiorno la crisi ‘piove sul bagnato’ e aggrava una situazione già compromessa. In alcuni casi rappresenta una sorta di alibi per operazioni strumentali da parte delle imprese (cassa integrazione, mobilità, spostamento territoriale della produzione…). Complessivamente i segnali relativi al 2008 e al 2009 evidenziano un aumento del 20% delle persone che chiedono aiuto ai Centri d’ascolto della Caritas”.

Le famiglie scivolate di recente sotto la soglia della povertà – per perdita di lavoro, malattia o altro – si rivolgono alle Caritas oppure cercano altre forme d’aiuto?
“Sempre più famiglie italiane si rivolgono alla Caritas per problemi di reddito insufficiente rispetto alle normali esigenze della vita. Ma accanto a queste vi sono anche ‘povertà sommerse’, persone che non si rivolgono ai Centri Caritas. Si tratta di famiglie sovraindebitate o vittime dell’usura, persone sole, malati psichici e tossicodipendenti, situazioni di povertà estrema e assoluta. Per intercettare tali situazioni è necessario uno sforzo congiunto di più soggetti del territorio e un potenziamento dei servizi domiciliari. Perché non si rivolgono alla Caritas? Le motivazioni più frequenti sono di tipo psicologico: per ‘orgoglio’, ‘vergogna’ o ‘dignità’, atteggiamenti molto diffusi tra le ‘nuove famiglie povere’, che non accettano la situazione (spesso improvvisa) di disagio. Si avverte quindi l’esigenza di una qualche forma di sostegno psicologico, in grado di accompagnarle”.

I media hanno parlato di una ripresa dei consumi nel periodo natalizio; i vostri osservatori constatano una possibile via d’uscita dalla crisi? Oppure no?
“L’uscita dalla crisi non è così scontata. Anche perché i suoi effetti s’intrecciano con complessità e squilibri sociali già presenti. Basti pensare che ciò che in altre parti del Paese è vissuto come crisi, nel meridione fa parte di una condizione permanente di povertà, disagio ed esclusione di gran parte della popolazione. Il rischio è che i ‘poveri estremi’ peggiorino ulteriormente le proprie condizioni economiche e cresca lo squilibrio tra Nord e Sud in termini di spesa e di interventi per l’assistenza sociale. Paradossalmente si spende di più per contrastare la povertà nelle regioni laddove ci sono meno poveri: nei Comuni del Sud la spesa pro capite per la povertà è quasi sempre inferiore alla media nazionale”.

I fatti di Rosarno hanno enfatizzato un clima di diffusa intolleranza e discriminazione nei confronti degli immigrati, poveri tra i poveri . La sfida culturale ed educativa, in questo senso, si fa sempre più difficile ed impegnativa…
“Alcuni dicono che la clandestinità ha alimentato la criminalità. Proviamo a mettere la frase al contrario e a pensare a tanti territori del Sud Italia. Lavoro nero e criminalità organizzata prosperano da sempre rendendo ancora più disumana la vita di tante persone, soprattutto degli immigrati. Tenuto conto che gli immigrati sono necessari – e questo gli imprenditori lo sanno bene – bisogna essere coerenti e, all’interno di un sistema di norme da rispettare, iniziare a inquadrarli come compagni di viaggio, nuovi cittadini che insieme a noi devono costruire il futuro del nostro Paese. La sfida educativa sta nel porre al centro il bene comune a partire proprio dagli esclusi – chi non ha lavoro, soffre, non ha famiglia, è ferito in tanti modi – per riordinare la comunità, nel segno della fraternità. Serve l’impegno di tutti per favorire incontri, relazioni, confronto, tutela dei diritti, in una città aperta, che considera le persone in una logica di prossimità più che di invisibilità. Una città che rende accessibili a tutti i suoi beni”.

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