Due drammi

L'assenza di pace e l'emigrazione dei cristiani

Con una visita pastorale alle comunità cristiane della Cisgiordania, di Nablus, Jifna, Aboud, Ain Arik, si è aperta il 10 gennaio (fino al 14), la visita del Coordinamento dei vescovi Usa e Ue per la Terra Santa che dal 1998 si svolge ogni anno in gennaio, su mandato della Santa Sede, con l’organizzazione della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles e dell’Assemblea dei vescovi cattolici della Terra Santa, Holy Land co-ordination (Hlc). Uno dei temi in agenda è la situazione di Gerusalemme, città santa, cara a musulmani, ebrei e cristiani, che rischia, però, di perdere la sua universalità a vantaggio del carattere ebraico. Un tema particolarmente caro a Benedetto XVI che, l’11 gennaio, nel corso dell’udienza ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, ha sollecitato "il sostegno di tutti perché siano protetti l’identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e religiosa, il cui valore è universale. Solo così questa città unica, santa e tormentata, potrà essere segno e anticipazione della pace che Dio desidera per l’intera famiglia umana!".

Due drammi. "Due sono i drammi che ci fanno soffrire più profondamente: l’assenza di pace e l’emigrazione dei cristiani", ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, aprendo i lavori del Coordinamento. "La pace non arriva nonostante gli sforzi, le promesse, le visite fatte da tante istituzioni internazionali. Oggi si parla di un’altra iniziativa americana. Speriamo. Noi accettiamo qualunque proposta purché sia rispettosa del diritto e della dignità umana". Altro punto "critico" segnalato dal patriarca è "l’emigrazione dei cristiani". "Non vogliamo aiuti, ma la corresponsabilità delle Chiese verso la Chiesa madre di Gerusalemme". La presenza dei vescovi di Europa e Ue in Terra Santa "è molto importante perché hanno messo al centro dei lavori proprio Gerusalemme. Anche dal futuro di questa città dipenderà quello dell’intero Medio Oriente. Siamo stanchi: non vogliamo più spargimento di sangue, odio e violenza, ma pace e riconciliazione".

Nessun privilegio. Al patriarca Twal ha fatto eco il nunzio apostolico, mons. Antonio Franco, che ha descritto lo stato dei colloqui tra Santa Sede e Israele circa "il lavoro su un accordo legato all’art.10, paragrafo 2 dell’Accordo fondamentale fra le due parti". In ballo ci sono, tra le altre cose, le esenzioni fiscali, il finanziamento statale a scuole e ospedali cattolici che servono anche la popolazione israeliana e alcune proprietà ecclesiastiche, come il Cenacolo. "Dopo l’ultima plenaria, nella prima riunione della Commissione permanente abbiamo elaborato una lista di argomenti sulle questioni fiscali. Ciascuna delegazione si è impegnata a presentare i testi che vorremmo venissero introdotti. Sono stati chiariti degli equivoci che non ci avevano permesso di lavorare al meglio. Adesso discuteremo su queste proposte concrete. Speriamo di arrivare alla prossima plenaria del 27 maggio, in Vaticano, con dei progressi. Sul futuro siamo realisti più che ottimisti". Il Nunzio ha ribadito che la Chiesa "non vuole privilegi eccezionali, ma vuole poter vivere e proseguire la sua missione sociale qui in Israele". Parlando della restituzione del Cenacolo il nunzio ha affermato che "stiamo trattando ma ancora non siamo arrivati a capire bene le posizioni. Speriamo possano essere chiarite in un futuro quando tratteremo anche di diverse proprietà della Chiesa prese da entità statali. È un lavoro importante in cui la fiducia reciproca è fondamentale. Non esistono agende segrete che portiamo avanti. Siamo fiduciosi che le cose possano finire bene. Non negoziamo per proteggerci contro qualcuno ma vogliamo costruire insieme alcune cose".

Voci dal territorio. I vescovi Usa e Ue hanno potuto ascoltare anche le testimonianze dei rappresentanti di organismi di aiuto cattolici, impegnati sul territorio a favore dei cristiani locali e non solo. Per Tony Khashram, presidente del Ccao, l’ufficio delle organizzazioni di aiuto cattoliche in Terra Santa, "davanti al dramma dell’emigrazione e dell’ingiustizia non è più rimandabile un impegno congiunto delle Chiese per aiutare e sostenere i cristiani di Terra Santa, per eliminare la povertà e combattere l’ingiustizia in questa regione. Con l’aiuto di tutti e insieme alle altre associazioni possiamo creare utili sinergie per pianificare progetti, ma anche per condividere una visione futura circa il nostro ruolo in Terra Santa". Claudette Habesch, direttrice di Caritas Gerusalemme, ha descritto l’impegno della sua organizzazione nella Striscia di Gaza, ad un anno dalla fine del conflitto. "Nella Striscia nulla è cambiato, servono tanti aiuti. Abbiamo avviato progetti per un totale di oltre 2 milioni di dollari, per l’assistenza sanitaria, con 6 centri attivi e una clinica mobile, per l’attività scolastica, per corsi di igiene personale per i più piccoli ed altri ancora. Ma molto resta da fare. Per questo la Caritas resta a Gaza".

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