Esseri umani

Il pensiero agli immigrati nel giorno del battesimo di Gesù

Bisogna ripartire dal significato della persona, il cuore del problema. Proprio la persona è il "fil rouge" che lega la difficile condizione degli immigrati che cercano una vita migliore "in Paesi che hanno bisogno, per diversi motivi, della loro presenza", e le violenze subite dai cristiani in diverse parti del mondo. Non cita nessun Paese il Papa, ma i fatti cui si riferisce sono, probabilmente, quelli accaduti in Egitto, Malaysia e Iraq.
Mettere al centro la persona: "Un immigrato – dice il Papa all’Angelus – è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare con diritti e doveri". È evidente il riferimento del Papa alla vicenda di Rosarno in Calabria, a quel rispetto di diritti e doveri nell’ambito del lavoro "dove è più facile la tentazione dello sfruttamento" ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita. Certo la situazione a Rosarno – ma quante Rosarno ci sono nel nostro Paese? – non è solo una questione di rapporti tra immigrati e la popolazione; sul fuoco di una difficile convivenza ha soffiato molto probabilmente la criminalità organizzata.
Ci sono stati disordini, certo, e vanno condannati: "La violenza – afferma il Papa – non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il problema è innanzitutto umano". È guardando il volto dell’altro, che scopriamo "che egli ha un’anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me".
Nelle parole di Benedetto XVI un pensiero all’uomo "nella sua diversità religiosa" e, dunque, alle violenze che i cristiani hanno subito proprio nei giorni più sacri della tradizione cristiana. Non solo sdegno e condanna; "occorre che le istituzioni sia politiche, sia religiose, non vengano meno – lo ribadisce il Papa – alle proprie responsabilità. Non può esserci violenza nel nome di Dio, né si può pensare di onorarlo offendendo la dignità e la libertà dei propri simili".
Un appello nel giorno in cui la Chiesa celebra e ricorda il battesimo di Gesù, e sottolinea che l’uomo grazie a questo sacramento, diventa realmente figlio di Dio. Allora l’altro, il prossimo, è ancor prima un fratello. Lo ricorda il Papa quando afferma che dal battesimo deriva anche un modello di società, appunto "quella dei fratelli. La fraternità non si può stabilire mediante un’ideologia, tanto meno per decreto di un qualsiasi potere costituito. Ci si riconosce fratelli a partire dall’umile ma profonda consapevolezza del proprio essere figli dell’unico Padre celeste".
Come cristiani, proprio in forza del battesimo, "abbiamo in sorte il dono e l’impegno di vivere da figli di Dio e da fratelli, per essere come lievito di una umanità nuova, solidale e ricca di pace e di speranza". Celebra il Papa, nella Cappella Sistina, proprio sotto il michelangiolesco Giudizio universale, la liturgia nel corso della quale battezza 14 bambini, 7 maschietti e altrettante femminucce. Ed è qui, nella sua omelia, che ritorna con forza il concetto di fratellanza. Abbiamo da poco celebrato la nascita, la sua manifestazione al mondo, e la prima immagine che l’evangelista ci offre dopo i Vangeli dell’infanzia, è quella di un popolo in attesa di essere battezzato da Giovanni, e, in questo popolo, in paziente e umile attesa, colui al quale, dice il Battista, non sono "degno nemmeno di sciogliere i lacci dei sandali". Cristo, colui che è senza peccato, è in attesa del battesimo d’acqua, confuso tra i peccatori, in mezzo al suo popolo, fratello tra i fratelli.
Quel popolo in attesa sono persone che hanno lasciato le loro case, i loro impegni abituali. Li c’è il "profondo desiderio di un mondo diverso e di parole nuove, che – afferma il Papa – sembrano trovare risposta proprio nelle parole severe, impegnative, ma colme di speranza del Precursore". Un battesimo che è segno "che invita alla conversione, a cambiare vita, perché si avvicina Colui che ‘battezzerà in Spirito Santo e fuoco’" come dice l’evangelista.
Un popolo che ha lasciato tutto perché alla base della persona umana redenta dalla grazia, ricorda il Papa, c’è un principio educativo: diventa ciò che sei. Quanta analogia con la crescita umana, dove il rapporto tra genitori e figli passa attraverso distacchi e crisi, "dalla dipendenza totale alla consapevolezza di essere figli, alla riconoscenza per il dono della vita ricevuta e alla maturità e alla capacità di donare la vita".
È nel battesimo, dunque, che inizia il cammino nuovo. E lo ricorda il Papa parlando ai genitori e ai padrini dei 14 neonati. È in quel mettersi in fila di Gesù insieme al popolo in attesa, in quella straordinaria umiltà che "richiama la povertà e la semplicità del bambino posto nella mangiatoia", che troviamo la risposta a quel mondo nuovo che non può nascere se l’uomo non allontana da sé l’egoismo e le abitudini legate al peccato. Il Vangelo ci offre anche un’altra lettura degli avvenimenti che abbiamo celebrato in queste feste: i primi ad arrivare alla mangiatoia sono stati gli umili, i pastori; poi sono arrivati i sapienti dall’Oriente, una lunga strada da percorrere guidati da una stella. Sono gli uomini in ricerca, diremmo con parole di oggi. La terza immagine è Dio che parla agli uomini, a quel popolo in attesa, indicando in Gesù il figlio, l’amato. Ma l’aspetto interessante è anche il luogo del battesimo, il Giordano, un fiume che scorre in quel punto a circa 400 metri sotto il livello del mare. Come dire, è dopo un cammino di umiltà e di discesa che si può vedere il cielo aprirsi e ascoltare la Parola di Dio. Quando raggiungi il punto più basso del tuo cammino esistenziale, ferito dal peccato o vittima della violenza che altri ti fanno, ecco l’incontro con la Parola di Dio, con la vita nuova che nel battesimo ha la sua radice e sostanza. Dal Giordano, il punto più basso della terra, al monte Calvario è un unico itinerario, però nella certezza che tutto non si ferma il venerdì: c’è una domenica, la pietra rotolata, il sepolcro vuoto.

Fabio Zavattaro

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