Le due priorità

Con gli ultimi e contro il terrorismo

Celebrata la Giornata mondiale della pace, ci troviamo a riflettere su quanto si apre per il nuovo anno. Il messaggio "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato" e l’omelia pronunciata dal Papa il 1° gennaio richiamano due attenzioni di valore universale. La prima è la corresponsabilità, senza la quale il creato non può essere salvaguardato, né la pace nutrita. La seconda sono i bambini e le vittime dei conflitti. Non è sentimentalismo. Se non ci si pone nei panni degli ultimi, non si riescono ad elaborare soluzioni efficaci contro l’ingiustizia, che proprio loro colpisce maggiormente.
Mettersi nei panni degli ultimi è ciò che il mondo ha tentato con gli Obiettivi di sviluppo del millennio nel 2000. Quest’anno, come già nel 2005, verificheremo il grado di avvicinamento agli Obiettivi, ma già sappiamo che l’esito sarà negativo. Per troppi Paesi sono ancora troppo distanti e l’appuntamento del 2015 sarà in qualche modo mancato. Non per questo ci si deve scoraggiare o ritenere che la strada sia sbagliata. L’impegno per la lotta alla povertà deve rimanere prioritario. Senza di esso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo rimarrebbe un raggiro, la democrazia falsa e la pace minacciata. La corresponsabilità ricordata dal messaggio per la pace è centrale. Occorre coerenza nelle politiche, sia di cooperazione sia commerciali, e occorrono risorse per il Sud del mondo. Vale per la lotta alla povertà, per la questione ambientale e per gestire la crisi, le cui ricadute occupazionali perdurano.
Di fianco agli Obbiettivi, l’altra grande priorità internazionale è la guerra contro il terrorismo, con i due apparentemente inesauribili focolai di violenza dell’Afganistan e dell’Iran. Parlare di corresponsabilità significa, in termini politici, parlare di multilateralismo. Il Nobel a Obama mostra con evidenza il contrasto non risolvibile tra anelito per la pace e limiti della politica. Il presidente Usa, a differenza del suo predecessore, sta cercando di trasformare l’azione contro i terroristi in un impegno globale delle Nazioni Unite, coinvolgendo tutti. È un’operazione il cui risultato non è scontato perché l’ampiezza del problema è particolarmente estesa. L’area in cui certo terrorismo trova consenso o coperture si allarga dal Sudan al Pakistan, una fascia rilevante del pianeta che comprende Yemen, entrato non da poco nel mirino dei servizi, e Iran. In qualche modo la questione mediorientale si estende e non è più sintetizzabile in formule semplificatrici. In essa ha un ruolo rilevante l’azione di Israele, col suo irresponsabile rimpiattino sugli insediamenti dei coloni in Cisgiordania. Altrettanto rilevante è il ruolo dell’Iran, dove la mobilitazione per la democrazia continua e la guida suprema Khamenei rimane in un equilibrio precario tra le fughe in avanti del premier Ahmadinejad e il malcontento delle elite interne che si somma a quello popolare. Non vanno poi sottovalutati i ruoli di Yemen, Qatar ed Egitto. Il primo sta diventando un valido alveo di protezione per la clandestinità di molti terroristi, il secondo è attivissimo sul piano diplomatico, ma non sempre cristallino nei suoi interessi, il terzo non si sa fino a quando riuscirà a garantire il ruolo di grande Paese moderato che ha svolto sinora. Occorre una testarda volontà di dialogo, politico, culturale e religioso, sperando, come ricordava La Pira, contro ogni speranza. Il 2010 sarà test di questa volontà e capacità.
Accanto a queste due priorità sarà interessante seguire nel 2010 il processo di rafforzamento delle aree regionali. In Africa, l’Unione Africana dovrebbe mostrare di essere diventata adulta, gestendo le ancora numerose crisi locali, ma la presidenza di Gheddafi ne inibisce buona parte delle potenzialità. In America Latina le elezioni cilene di metà gennaio diranno se tornerà la destra al potere, con non pochi problemi di coesione regionale, o se il processo di elaborazione in corso da qualche anno nel continente potrà irrobustirsi. Nella prima parte dell’anno, ad esempio, partirà la prima forma sperimentale di moneta unica regionale, il Sucre, testimonianza di come il lavoro di questi anni, pur non privo di contraddizioni e tensioni, stia diventando cambiamento concreto. In Asia grande rilevanza avrà il rapporto Cina-India, con un’agenda delicata e ricca per il nuovo governo indiano guidato dal partito di Sonia Gandhi. In Europa, infine, importante sarà l’esito delle elezioni britanniche. Nei sondaggi il vantaggio dei conservatori euroscettici si sta assottigliando sempre di più, per l’inconsistenza di leader e politiche, e una riconferma di Gordon Brown comincia a non apparire più improbabile.
In questo quadro è urgente un rinnovamento della politica. L’attenzione agli ultimi non si risolve in sussidi di disoccupazione e in panem et circenses – magari in tv – bensì in una nuova partecipazione che veda quegli ultimi protagonisti. Ma in molti Paesi europei è ancora un sogno: le porte della politica appaiono sbarrate.

Riccardo Moro

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