Una cattiva riforma” “

" "Un documento dei vescovi bosniaci a difesa della minoranza croato-cattolica" "" "

Nei giorni scorsi a Travnik (Bosnia) si è svolto un incontro tra i vescovi della Conferenza episcopale bosniaca nel quale si è discusso della difesa dell’identità culturale e religiosa della minoranza cattolico-croata in Bosnia-Erzegovina alla luce di una paventata riforma del sistema scolastico, tendente a “riunire due scuole sotto un unico tetto”. Con questa riforma, di fatto, gli studenti croati perdono il diritto allo studio nella loro lingua. Al termine dell’incontro è stato reso noto un comunicato, firmato da mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka e presidente della Conferenza episcopale, mons. Ratko Peric, vescovo di Mostar-Duvdno, card. Vinko Puljic, arcivescovo metropolita di Sarajevo e mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, di cui presentiamo una sintesi. Un impegno antico. “E’ noto a tutti – si legge nel documento – che la Chiesa cattolica è sempre stata presente, per secoli, nell’anima spirituale e culturale del popolo croato e ha dato numerosi frutti in ogni campo. La Chiesa cattolica è stata la prima ad istituire scuole, dagli asili alle università. Ha continuamente formato e promosso la lingua croata con cui ha sempre proclamato il Vangelo, elevato preghiere, favorito la spiritualità e nutrito l’identità religiosa, morale e culturale dei croato-cattolici in Bosnia”. Una riforma rispettosa. “Comprendiamo – scrivono i vescovi – il bisogno di una riforma che sia in accordo con gli standard europei ma non accettiamo una riforma concepita come strumento di soppressione dell’identità delle nuove generazioni di croati. Pertanto, mentre restiamo fedeli al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa, rispettando gli autentici principi democratici, leviamo la nostra voce, ancora una volta, in difesa dei diritti umani fondamentali e delle libertà di ogni essere umano e di ogni nazione. Crediamo che sia questa l’unica via che garantisca il giusto rispetto delle convenzioni internazionali, anche rispettando i diritti dei bambini e dei loro genitori… Molte volte abbiamo affermato che l’attuale ingiusta soluzione politica in Bosnia Erzegovina ha prodotto, ad otto anni dalla fine della guerra, solo un piccolo numero di rientri a fronte di una ancora vasto numero di rifugiati e sfollati cattolici. Nel prevedere le conseguenze negative di frequenti manipolazioni politiche, temiamo che questa riforma del sistema di istruzione in Bosnia possa spingere molte famiglie a lasciare la loro terra”. Le richieste dei vescovi. “Il popolo croato deve avere il diritto, innegabile, di sviluppare la propria identità, culturale, spirituale e religiosa” ribadiscono i vescovi e di conseguenza “deve avere la possibilità di usare la propria lingua in ogni sua forma nell’educazione, nell’istruzione ed in ogni settore della propria vita pubblica e privata. Giudichiamo una ricchezza le differenze linguistiche che esistono in Bosnia. La loro brutale soppressione sarebbe solo un impoverimento e la negazione dell’unità nella diversità”. “Il popolo croato – ricordano ancora i presuli – hanno sempre esercitato il diritto ad avere istituti di istruzione in lingua croata. L’attuale riforma produce solo confusione e porterebbe alla eliminazione di gruppi nazionali di persone. Chiediamo ai politici croati di Bosnia di continuare ad avere libri di testo in croato”. Il documento esprime, inoltre, “il diritto dei croati di Bosnia di avere media (programmi, tv e radio) in lingua croata per informare e promuovere la propria eredità spirituale e culturale”. Allo stesso modo viene richiamata la necessità che “gli studenti cattolici abbiano l’insegnamento della religione nelle scuole. Il tentativo di imporre un’istruzione religiosa ‘neutrale’ è contraria ad ogni diritto”. Il documento ricorda “le ferite e le ingiustizie inflitte al popolo croato dal Trattato di Dayton”, che pose fine alla guerra Balcanica e che “dovrebbe essere migliorato”, e annuncia “qualora questi diritti non vengano riconosciuti, di indire un referendum per cercare a livello internazionale la protezione richiesta in nome del diritto”.

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