Cambiare nella fedeltà” “” “

Francia, Svizzera e Belgio: nuove " "esperienze " "parrocchiali " "in cantiere" "" "

Quale modello di parrocchia per il futuro? Alcune nuove esperienze intraprese in diversi Paesi europei sono state presentate durante il Colloquio europeo delle parrocchie (Cep) che si è svolto dal 6 al 10 luglio a Friburgo (Svizzera), con la partecipazione di 250 persone provenienti da tutta Europa (cfr Sir 51/2003). Ne proponiamo alcune. “Faire église autrement”, ossia “fare Chiesa in un altro modo” , è il motto che si è data la diocesi di Besançon, in Francia, per la sua riorganizzazione pastorale realizzata nel luglio ’97 ma frutto di un processo iniziato nei primi anni ’90. “Fare Chiesa in un altro modo”, ha spiegato il rappresentante della diocesi, “vuol dire permettere a comunità cristiane troppo ripiegate su sé stesse di essere vitali e dinamiche”. La diocesi di Besançon, popolata da 535.000 abitanti era suddivisa in 10 zone pastorali, 36 decanati e 771 parrocchie che variavano da 20.000 a 15 fedeli, con sacerdoti anziani (la media d’età sui 69 anni). Ci si è così resi conto della necessità di riunire insieme le parrocchie, soprattutto per svolgere le funzioni di “prossimità”: visita ai malati, attenzione ai più lontani dalla Chiesa, ecc. Sono state create 66 “unità pastorali” che hanno rimpiazzato le 771 parrocchie pre-esistenti, attivando delle équipe di coordinamento pastorale formate da 7/8 persone e animate da un prete-coordinatore, un consiglio pastorale ogni unità pastorale e un consiglio economico per la gestione in comune delle proprietà e finanze delle parrocchie. Quali le reazioni dei cristiani? “I più impegnati e i più coscienti delle sfide per gli anni a venire sono felici dei cambiamenti e vi partecipano…Invece i cristiani ‘consumatori’ si lamentano perché non hanno più a disposizione ‘i servizi’ a cui erano abituati…”. “Festa dell’Eucarestia” viene chiamato in Svizzera, nelle parrocchie di Cristo Re, San Marco e San Martino l’itinerario di catechesi che conduce poi alla prima comunione. Si tratta di un percorso biennale che coinvolge le famiglie dei ragazzi che si preparano a ricevere il sacramento, con un impegno siglato, all’inizio del cammino, nella firma di una “Carta”. Tutto ha preso l’avvio a partire dalla constatazione che il tradizionale momento della prima comunione metteva “esageratamente” l’accento sulla “prima volta” e solo sul bambino; che i genitori non avevano un ruolo centrale nell’accompagnamento e che i normali fedeli disertavano le messe delle prime comunioni perché affollate solo da famiglie e parenti. Da qui l’impegno – da sottoscrivere attraverso la Carta – di un percorso che coinvolgesse i catechisti, le famiglie e l’intera comunità parrocchiale per arrivare poi alla messa conclusiva trasformata in vera e propria “festa dell’Eucarestia”. Percorso accolto con grande favore, tranne qualche resistenza da parte di chi non rinuncia molto volentieri a foto, vestiti, sfarzo, ecc. La chiesa del villaggio e il tempio sikh. Dei sikh indiani e dei rifugiati si occupa l’associazione “Masala” (dal nome di una miscela di spezie usata in India) nata nel ’94 a Gastvrij in Belgio, composta da una quindicina di volontari cristiani e non cristiani che danno accoglienza a centinaia di richiedenti asilo politico. “Abbiamo iniziato con i sikh che venivano numerosi dal Punjab per la raccolta delle ciliegie, delle fragole, delle pere e delle mele – racconta don Luk Lammens -. Avevano costruito, nel territorio di una piccola parrocchia rurale, un tempio sikh. Anziché chiudersi sulla difensiva, le comunità hanno scelto la strada dell’ospitalità, creando il centro “Masala” che accoglie ogni anno centinaia di persone da 13 differenti nazionalità. Offre, tra l’altro, sostegno nelle pratiche burocratiche necessarie alla regolarizzazione e ai ricongiungimenti familiari, aiuto psicologico, sanitario, vitto, alloggio, ecc. Vengono organizzati anche corsi di lingua, incontri tra donne per fare il bricolage, feste. I volontari si recano nella case e nelle scuole per contattare i rifugiati. “Questa realtà – dice don Lammens – ha molto cambiato il clima delle nostre parrocchie”.

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